Trasfigurazione narrativa: quando l’esperienza di vita entra nell’opera

La trasfigurazione narrativa, intesa come una tra le diverse modalità in cui può trovare espressione la creatività letteraria, la si può definire come la possibilità di raccontare una storia trasferendola dal piano del reale a quello simbolico, finanche metaforico.

Ogni opera d’arte è il risultato di un processo di trasposizione di quella che può essere un’esperienza individuale più o meno diretta, di un’emozione, di un sentimento o, perché no, anche di una semplice intuizione.

Il processo di scrittura porta alla realizzazione di quella che generalmente si configura come opera, proprio mediante quel meccanismo di trasfigurazione narrativa, grazie al quale il lettore può intravedere in un testo (un romanzo, una short story o una poesia) anche i tratti della propria esistenza.

In alcuni casi la trasfigurazione narrativa può divenire l’espediente che permette di convogliare e plasmare nella forma testo quel sentire che difficilmente può trovare espressione nella mera esposizione dei fatti.

Prendiamo, ad esempio, l’autore americano Kurt Vonnegut, in modo particolare la genesi relativa al suo romanzo più famoso: Mattatoio n.5 o la crociata dei bambini.

Vonnegut è prigioniero di guerra in Germania quando, nel febbraio del1945, la Royal Air Force e l’aviazione statunitense radono al suolo Dresda, la città dove lo scrittore è detenuto, provocando la morte di circa 135.000 persone.

Kurt Vonnegut riesce a mettersi in salvo soltanto perché trova rifugio nei sotterranei del mattatoio dove è rinchiuso.

Tornato negli Stati Uniti, lo scrittore è sicuro di riuscire a riportare in un romanzo tutto ciò che ha vissuto e che ha visto.

Ben presto però, Vonnegut si rende conto di non essere in grado di mettere insieme le parole per farlo.

Prova e riprova, ma senza riuscirci.

Per quale ragione?

Perché di una vicenda tanto incredibile quanto drammatica non riesce proprio a scriverne?

Il motivo è tanto semplice quanto paradossale.

Si perché, a bene vedere, in fondo in fondo “non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro”.

Affinché il detenuto-scrittore possa riuscire a raccontare un’esperienza cruenta come il bombardamento di Dresda devono trascorrere ventitré anni.

Ma non è questione soltanto di tempo.

È opportuno fare ricorso ad un meccanismo di trasfigurazione, come ben evidenziato nel sottotitolo.

La prima trasfigurazione narrativa, presente nel sottotitolo, è l’immagine della Seconda Guerra Mondiale declinata nei termini di “crociata dei bambini”.

Per Vonnegut gli uomini come lui (e come gli adolescenti tedeschi che a Dresda sorvegliavano i detenuti alleati) erano soltanto bambini mandati a morire da “sporchi vecchioni”.

Ma la trasfigurazione decisiva, quella che fa di questo testo un’opera d’arte memorabile, è l’invenzione del pianeta Tralfamadore.

Billy Pilgrim, il protagonista, prima soldato prigioniero in Germania e poi ottico di successo nella città di Ilium, viene rapito dagli extraterrestri e impara a viaggiare nel tempo, visto che su Tralfamadore si “vede” anche la quarta dimensione.

” Quando un tralfamadoriano vede un cadavere, tutto quel che pensa è che il morto è, in quel particolare momento, in cattive condizioni, ma che la stessa persona sta benissimo in una quantità di altri momenti.

Ora, quando io sento che qualcuno è morto, alzo le spalle e dico quel che dicono i tralfamadoriani dei morti, e cioè “Così va la vita”. ”

Grazie a questo escamotage narrativo, Kurt Vonnegut ha non solo la possibilità muoversi liberamente, avanti e indietro, lungo il continuum del racconto della vita di Billy, ma anche di provare a dare (con “Così va la vita”, ripetuta quasi fosse un mantra) un senso all’assurdità del conflitto, dello sterminio e della morte.

E grazie alla proiezione nella dimensione fantastica, la terribile verità del disastro di Dresda si palesa in tutta la sua drammaticità agli occhi del lettore.

Trasfigurazione narrativa che diviene una potente forma di satira dal sapore profetico.

Ciò è quanto si evince anche dalle opere di un altro grande scrittore fantastico del Novecento, Michail Bulgakov.

Nel racconto Uova fatali un “raggio rosso” messo a punto da uno scienziato dovrebbe far aumentare di dimensioni il pollame domestico.

Ma, per sbaglio, viene utilizzato su delle uova di rettili.

Il risultato di questo esperimento sfuggito di mano è che una schiera di lucertole e serpenti, feroci e giganteschi, inizia a devastare la Russia.

È evidente, nell’immagine del maldestro “raggio rosso” creatore di mostri, un riferimento agli esiti disastrosi della rivoluzione sovietica.

In Cuore di cane (pubblicato per la prima volta nel 1970 a Parigi), un cagnolino maltrattato viene trasformato in un uomo dal celebre professore.

Ma poiché il cane-uomo (Poligraf Poligrafovic Pallinov) si rivela un individuo odioso, il professore decide di ritrasformarlo in cane.

Qui la trasfigurazione narrativa fantastica di Bulgakov non si limita a mettere alla berlina la società moscovita del suo tempo, ma affronta temi morali (la superbia della scienza e la patetica meschinità dell’uomo) con toni che evocano burlescamente le più attuali discussioni sulla bioetica.

 

 

 

 

 

 

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