Romanzo storico: come ambientare una storia nel passato

Quando si parla di romanzo storico

Il romanzo storico, nel nostro paese, rappresenta le origini del romanzo stesso.

Basta considerare il fatto che I promessi sposi è il romanzo che dà il via alla nostra narrativa moderna.

Oltre a definire quella che è la nostra stessa lingua nazionale.

Eppure, proprio Alessandro Manzoni era giunto a sostenere l’impossibilità di far coesistere la “veridicità” della storia con quella dell’arte.

E, di conseguenza, a mettere in dubbio legittimità e valenza dei “componimenti misti di storia e invenzione”.

Nonostante tutto, il romanzo storico non ha mai smesso di conquistare sempre nuove generazioni di lettori.

Ciò grazie soprattutto al contributo di autori che hanno saputo progressivamente rinnovare il genere storico, in modo particolare mediante la contaminazione con altri generi come il fantastico, il poliziesco, l’avventura, la storia d’amore, ecc.

Una lunga scia di capolavori quella del romanzo storico, che va da I tre Moschettieri di Alexandre Dumas padre a

Il nome della rosa dì Umberto Eco, fino alle grandi opere dei giorni nostri.

Romanzo storico caratteristiche

Come ogni genere letterario, anche il romanzo storico ha delle caratteristiche specifiche.

Tra le caratteristiche del romanzo storico, la principale è senza dubbio la seguente:

il romanzo storico è una narrazione ambientata nel passato, ma che, contestualmente, è capace di “parlare” anche del nostro tempo e al nostro tempo.

Come è facile desumere da I promessi Sposi, il primo romanzo storico italiano (e primo romanzo in assoluto della storia della nostra letteratura), la storia può divenire occasione per riflettere sul presente, con il passato che diviene metafora del futuro.

Questo è senz’altro un tratto distintivo assolutamente imprescindibile, ma non sufficiente a connotare e circoscrivere il genere storico.

Pertanto: è possibile dare una definizione onnicomprensiva di romanzo storico?

Romanzo storico definizione

Non è semplice dare una definizione di romanzo storico.

Il rischio è quello, in un modo o in un altro, di tralasciare elementi importanti che lo caratterizzano.

Più opportuno, al fine di comprendere a fondo la peculiarità di questo genere, è esplorarne i diversi aspetti.

Un’importante indicazione a riguardo ci è fornita dalla società angloamericana per la promozione e la tutela del romanzo storico.

La Historical Novel Society afferma che:

un romanzo storico “deve essere stato scritto almeno mezzo secolo dopo gli eventi narrati, o deve essere stato scritto da qualcuno che al tempo dei fatti non era ancora nato e che quindi si è accostato a essi mediante ricerche”.

Questa è senz’altro una valida delimitazione del campo.

Ma, come precisato poc’anzi, non è difficile trovare romanzi che la contraddicono e che, nonostante ciò, rientrano a pieno titolo nel genere.

Il romanzo storico, affermava Alessandro Manzoni, è “un componimento misto di storia e di invenzione”.

La Historical Novel Society, oltre alla classica narrazione ambientata nel passato, fa rientrare tra i romanzi storici anche il romanzo ucronico e il romanzo distopico.

Un esempio è il romanzo di Robert Harris Fatherland (1957) ambientato nella Germania del 1964 in un presente alternativo dove il nazismo è sopravvissuto alla guerra mondiale ed è rimasto al potere.

Oppure il genere pseudo-storico, come L’isola del giorno prima di Umberto Eco (1932), dove gli eventi narrati sono verosimili ma non veri.

Poi vi è il fantasy storico, come la trilogia di re Artù di Bernard Cornwell, che si rifà all’antica leggenda, in cui si rilegge in chiave realistica il medioevo fiabesco del ciclo bretone.

E poi ancora i romanzi multi temporali, come quelli di Valerio Evangelisti del ciclo di Eymerich, in cui le vicende si svolgono in continua oscillazione tra piani temporali molto lontani, come medioevo e futuro remoto.

A ben vedere, quindi, il confine tra ciò che è romanzo storico e ciò che non lo è, è talmente evanescente da rendere impossibile una definizione precisa e inequivocabile.

Pertanto, al fine di meglio comprendere il genere storico, è molto più efficace passare in rassegna i vari elementi che lo caratterizzano.

Come scrivere un romanzo storico

La materia prima da lavorare per scrivere un romanzo storico è proprio la Storia.

La Storia, quella con la “S” maiuscola, con la miriade di eventi, spunti, aneddoti, situazioni realmente accaduti, rappresenta per lo scrittore una fonte preziosissima e inesauribile di contenuti, stimoli, idee.

Pronti per essere utilizzati.

Ma, prima di ogni altra cosa, è opportuno fare una precisazione:

la Storia, quella con la “S” maiuscola, è la dimensione entro cui lo scrittore innesta la vicenda da raccontare.

È lo scenario entro cui calare gli episodi da narrare.

Viene da sé, dunque, che vi è un elemento tutt’altro che trascurabile quando ci si avvicina ad una narrazione di questo tipo, ovvero:

la complessità di fondo nel rapporto tra autore, libertà di invenzione e attendibilità storica.

Complessità che porta con sé un aspetto centrale:

quello relativo ai limiti, ai confini entro cui può operare l’invenzione.

Questione, questa, che non ritroviamo in altri generi narrativi come, ad esempio, nel fantastico.

In generale, un autore che si appresta a scrivere un romanzo storico ha dinanzi a sé tre diverse possibili soluzioni per articolare il rapporto tra la realtà storica e l’invenzione.

1. Lo scrittore può scegliere la realtà storica come mero pretesto, sfondo, o ambientazione per dare libera espressione alla propria immaginazione (come, ad esempio, J.R.R. Tolkien ne Il signore degli anelli o nello Hobbit).

In questo caso, poco importa che il racconto si svolga durante il Medioevo, nel Seicento o nell’Ottocento.
Ciò che conta è che non si svolga nel presente.

2. L’autore può invece scegliere un periodo storico ben definito, con personaggi realmente esistiti e che il lettore comune può facilmente riconoscere e integrarli o meno con personaggi di fantasia.

3. La terza soluzione è una variazione della seconda:

si prendono personaggi storici poco noti al lettore o di secondo piano e quindi meno “vincolanti”, narrativamente parlando, per l’autore.

Essi vengono impiegati come “complemento”, riservando l’attenzione soprattutto ai personaggi di invenzione, i cui gesti, azioni, pensieri sono perfettamente calati nel periodo in cui il romanzo è ambientato.

Realtà e finzione narrativa

Alexandre Dumas, per fare un esempio, è un tipico rappresentante del secondo metodo.

Nella trilogia costituita da I tre moschettieri, Vent’anni dopo e Il visconte di Bragelonne, Alexandre Dumas pone al centro della narrazione personaggi quali Luigi XIII, il cardinale Mazzarino, il cardinale Richelieu.

Ad essi l’autore attribuisce sia azioni che hanno compiuto realmente, come abbiamo appreso dai libri di storia (l’assedio di La Rochelle, per esempio).

Sia azioni completamente inventate ma ad ogni modo compatibili con quello che è il loro temperamento e carattere.

Come appena detto, è assolutamente fondamentale che i personaggi storici non pensino o agiscano in contrasto con tutto ciò che di loro si sa.

Piuttosto essi devono ragionare, sentire e operare in linea con tutto ciò che il lettore sa di loro e si aspetta da loro.

Intorno ad essi, Dumas inserisce nella vicenda narrata una serie di altri personaggi completamente inventati.

Si tratta di figure generalmente ispirate dai personaggi minori dell’epoca, i quali, al fine di favorire l’immedesimazione del lettore, hanno una psicologia e una personalità che trascendono il periodo storico in cui è ambientato il romanzo.

Un esempio a riguardo, è il sentimento amoroso che D’Artagnan nutre per Costanza.

I tre moschettieri

Come appena detto, I tre moschettieri, famosissimo romanzo di cappa e spada scritto da Alexandre Dumas padre nel 1844, è ascrivibile alla seconda delle tre categorie indicate sopra.

Un romanzo che colloca le vicende in un periodo storico facilmente riconoscibile e ricostruito con grande precisione.

Vicende che ruotano attorno a personaggi frutto della fantasia dello scrittore.

La trama, famosissima, narra dell’amicizia tra il giovane D’Artagnan, giunto a Parigi dalla Guascogna e i moschettieri del re: Athos, Porthos e Aramis.

I quattro, divenuti amici per la pelle, lottano contro due nemici giurati: il cardinale Richelieu e la crudele Milady de Winter.

Dopo peripezie rocambolesche e duelli in punta di spada, i quattro riusciranno ad ottenere ciò che avevano sempre desiderato:

D’Artagnan diviene luogotenente, Porthos si sposa, Athos si ritira a vita privata in campagna e Aramis diventa abate.

Questi quattro personaggi, nati dalla fantasia dell’autore, si muovono all’interno di un l’ambiente che è assolutamente reale: la corte di Francia.

La grandissima abilità di Alexandre Dumas è quella di essere talmente preciso, minuzioso e, soprattutto, storicamente attendibile nel narrare la vita quotidiana di quel tempo che lo stesso D’Artagnan e i suoi amici sembrano perfettamente autentici.

Personaggi che, a differenza di numerose rivisitazioni successive (per lo più da parte del cinema e della televisione), sono tutt’altro che impeccabili eroi romantici.

Nel testo di Dumas, in cui le note dominanti sono il grottesco e l’ironia, i moschettieri risultano essere molto distanti dall’archetipo del gentiluomo.

I protagonisti di questa celeberrima storia sono un pugno di ubriaconi che agiscono alla stregua di gigolò, aspettandosi doni e generose ricompense dalle loro ricche e belle amanti.

Uomini al servizio del re, descritto come un sovrano ingenuo e incapace di badare perfino a se stesso, essi operano soprattutto per conto della regina, con un obiettivo preciso:

difenderla dall’accusa di essere l’amante del primo ministro inglese, il nemico numero uno della Francia.

Scrivere tra passato e presente

È bene chiarire un aspetto, riguardo il rapporto tra passato e presente:

raccontare il passato non è affatto, come si potrebbe credere, un modo di sfuggire al presente.

Allo stesso modo, il fatto di scegliere eventi contemporanei non significa necessariamente essere attenti ai problemi fondamentali della propria epoca.

Una lezione, questa, che ancora una volta ci viene dai grandi classici.

A ben vedere, infatti, proprio il Seicento scelto da Alessandro Manzoni è un preciso atto d’accusa contro alcune degenerazioni del suo tempo.

Così come le due tragedie (Il conte di Carmagnola e l’Adelchi) hanno evidenti connotazioni patriottiche che non sfuggirono alla censura austriaca, la quale fece di tutto per impedirne la divulgazione.

Per intenderci, esistono tantissime Telenovelas, spesso anche particolarmente drammatiche e avvincenti, che però nulla aggiungono sull’uomo contemporaneo pur essendo ambientate al giorno d’oggi.

La trama nel romanzo storico

Non è possibile, invece, distinguere il romanzo storico adottando il criterio della trama.

Infatti, dal punto di vista degli intrecci, il romanzo storico concede grande libertà all’autore, proprio perché in esso è centrale l’ambientazione storica, non il racconto che vi si svolge (come invece accade per altri generi letterari come il noir).

Libertà che può arrivare fino al punto di non prevedere un intreccio vero e proprio.

O, meglio ancora, di non fare dell’intreccio il carattere essenziale del romanzo.

Cosa che accade, per esempio, nelle biografie romanzate, dove negli spiragli della “realtà” storica si inseriscono ricostruzioni psicologiche che possono essere soltanto verosimili.

Pertanto, il romanzo storico può narrare una contrastata vicenda d’amore (I promessi sposi), una vera e propria indagine poliziesca (Il nome della rosa), una serie di avventure di cappa e spada (I tre moschettieri), una grande saga (Il mulino del Po).

Qualsiasi cosa va bene, purché quando si decide di scrivere un romanzo storico, si definisca a priori il rapporto tra realtà storica e finzione che si intende adottare.

Le origini del romanzo storico

Tra i più famosi autori di romanzi storici, uno dei più amati in assoluto, vi è lo scozzese Walter Scott, noto in tutto il mondo per le sue famosissime opere cavalleresche.

Scott, brillante avvocato, dopo aver tradotto una serie di ballate giullaresche, incominciò a scrivere lui stesso.
Il suo romanzo più famoso, Ivanhoe, scritto nel 1819, è un vero e proprio classico del genere storico.

La vicenda si dipana nell’arco di dieci giorni, precisamente durante il regno di Riccardo I (Riccardo Cuor di Leone) al suo ritorno dalla prigionia (1194).

Sullo sfondo la lotta tra due popoli: i Normanni conquistatori e i Sassoni sconfitti.

Walter Scott, nel romanzo, ci presenta l’ultimo scorcio di questo conflitto, infiammato dalla prepotenza dei vincitori e dal risentimento dei vinti.

I soli personaggi esistiti realmente sono Riccardo Cuor di Leone e suo fratello Giovanni.

Gli altri personaggi, numerosi e diversi, sono funzionali a tracciare un quadro dello spirito del tempo e dei relativi usi e costumi.

Il romanzo di Scott diede un impulso decisivo, mediante il suo Medioevo idealizzato, nel definire quel gusto romantico per il romanzo storico in genere e per la cosiddetta “età di mezzo”.

Nella sua scrittura, Walter Scott rinuncia quasi completamente alla verosimiglianza storica e lo fa inventando dal nulla e di sana pianta un suo Medioevo.

Un Medioevo cavalleresco, fatto di dame e uomini in armatura, che poco o nulla ha a che fare col Medioevo della fame, delle pestilenze, dei fanatismi e delle superstizioni.

Ovvero il Medioevo storico.

Walter Scott, tra il “vero storico” e il “vero” poetico, non esita nella sua scelta:

la sua opera è per un pubblico vasto, fatto soprattutto di ragazzi.

A tal proposito, esclude dal proprio orizzonte narrativo tutto ciò che entra in dissonanza con la dimensione in cui vuole che agiscano i suoi personaggi.

Diversa, ad esempio, è la prospettiva adottata da Manzoni riguardo questa questione.

Manzoni riconosce l’esistenza di due differenti “veri”: il vero storico e il vero poetico.

La sfida risiede da un lato, nella possibilità di trovare il modo di farli coesistere, senza che l’uno fagociti l’altro (come fa Scott, che sacrifica il vero storico a vantaggio di quello poetico).

Dall’altro nella possibilità di evitare che diventino indistinguibili.

Il rischio, avverte Manzoni, è quello di mandare in confusione il lettore, che potrebbe ritrovarsi a non sapere più se credere all’uno o all’altro vero.

Per Manzoni, la soluzione migliore è quella di tenere separate le due cose.

Da un lato la verità storica affidata agli scritti di storia.

Dall’altro la verità poetica, affidata alla poesia.

Con questo approccio, dunque, Alessandro Manzoni boccia la propria pratica di scrittura adottata fino a quel momento e, con essa, anche tutti i romanzi storici.

Al contempo, però, traccia un solco nuovo nell’arte, che gioverà a molti altri autori.

Pertanto per scrivere una storia credibile, è fondamentale attenersi agli eventi realmente accaduti.

Viene da sé, quindi, che divengono imprescindibili due aspetti:

l’importanza della ricerca e della documentazione.

Documentazione e ricerca storica

Con molta semplicità, possiamo dire, a questo punto, che il tratto distintivo che permette di definire un romanzo come “storico” è il fatto che la narrazione venga collocata in un preciso periodo.

Periodo storico le cui caratteristiche evidenti e inconfondibili non possono essere alterate o, addirittura, contraddette.

È opportuno, pertanto, che i contenuti della narrazione non confliggano con quanto è universalmente comprovato da fonti storiche.

Viene da sé, quindi, che il primo compito dell’autore è quello di documentarsi, in maniera profonda e rigorosa, sul periodo in cui ha deciso di ambientare la vicenda da narrare.

La Storia deve essere una materia con cui occorre avere grande dimestichezza.

Questo spiega perché buona parte degli scrittori del genere sono storici, come Valerio Evangelisti, noto per le avventure dell’inquisitore Eymerich, o archeologi di professione, come Valerio Massimo Manfredi.

Tuttavia non è indispensabile essere del mestiere per scrivere un romanzo storico.

È necessaria una grande curiosità intellettuale, oltre alla capacità di condurre un lavoro di documentazione sistematico, serio e rigoroso.

Oggi un valido aiuto in questo senso arriva dalla storiografia contemporanea, che ha profondamente incrementato gli studi di “microstoria”, ovvero quelli che riguardano gli eventi minuti e la vita quotidiana.

Significative, in tal senso, sono le dichiarazioni di Umberto Eco sulla preparazione alla scrittura de Il Nome della rosa, i cui studi preparatori alla stesura del romanzo, avevano incluso anche testi riguardanti la quantità di pioggia presumibilmente caduta nel periodo e nei luoghi in cui aveva deciso di ambientare il suo capolavoro.

Per entrare nello spirito del tempo, è doverosa una visita ai luoghi dell’epoca che si va a descrivere.

È impensabile scrivere un romanzo ambientato nell’antica Grecia senza visitare la Atene di oggi.

In un’intervista Valerio Massimo Manfredi, infatti, ribadiva proprio questo aspetto, rivelando che l’ispirazione per il suo libro Akropolis era nata proprio da un lungo viaggio in Grecia con un amico.

Romanzo storico Medioevo

Se decidiamo di ambientare una vicenda nel cuore del Medioevo, è ovvio che i nostri personaggi non possono utilizzare tablet e metropolitana.

Ma non basta questo.

Non è sufficiente una coerenza esteriore tra personaggi e ambiente.

Occorre soprattutto farli pensare, parlare e perfino muovere in un modo diverso dalle persone del nostro tempo.

Gli stili di vita, i modelli di comportamento, le consuetudini, i modi di fare, agire e sentire delle donne e degli uomini del tempo andranno desunti dalla teologia scolastica, dalla filosofia aristotelica e, più in generale, dalla documentazione storiografica del tempo.

Non certo, per intenderci, da una qualche serie tv dei nostri giorni o dalle nostre reminiscenze scolastiche in materia.

Parlare di romanzo storico, come è facile desumere, vuol dire parlare spesso di Medioevo.

Questo è tutt’altro che un caso.

Il Medioevo, infatti, continua ad essere il periodo preferito da parte degli autori di romanzi storici.

Il motivo di questa predilezione è stato ben spiegato da Umberto Eco, il quale affermava che:

“la radice della storia europea è lì, lì è la nascita degli stati nazionali. lì è la nascita della democrazia comunale, lì è la nascita del capitalismo”.

In fondo, “persino un filosofo marxista non può non comportarsi se non seguendo alcuni modelli di azione che affondano le loro radici nelle origini dell’Italia moderna, e le origini dell’Italia moderna sono nel Medioevo”.

Scrivere di personaggi realmente esistiti

In un romanzo storico, come detto, coesistono generalmente le vicende di due tipi di personaggi:

personaggi realmente esistiti e personaggi inventati.

È bene fare una doverosa precisazione.

Nella scelta e definizione dei personaggi è necessario grande senso della misura per non rischiare di offendere involontariamente qualcuno.

Personaggi che per carisma e gesti hanno segnato la storia dell’umanità, come Gesù, Maometto, Budda, vanno gestiti, narrativamente parlando, con grande rigore e sapienza dottrinale.

Ma anche molti altri personaggi, molto più vicini a noi nel tempo, possono risultare di difficile “gestione”.

Ad esempio, avvicinarsi ai grandi dittatori del 900 con superficialità e scarsa documentazione, ci espone ai rischi di pesanti critiche e pessime figure.

Inoltre non meno attenzione e cura meritano i personaggi reali marginali a cui si decide di attribuire un ruolo importante nell’economia della narrazione.

Questi personaggi, infatti, non è detto che non abbiano parenti o eredi ancora in vita che potrebbero sentirsi offesi dal fatto che il loro quasi-famoso avo sia trattato senza il doveroso rispetto che secondo loro merita.

Ciò non vuol dire che non si possa decidere di dare vita a provocazioni di tipo culturale tirando in ballo figure di grade rilievo e calandole in situazioni estreme, attribuendo loro parole e azioni non documentate dalla Storia con la S maiuscola.

Ciò che conta è scrivere in piena consapevolezza delle responsabilità che ci assumiamo.

L’ultima tentazione di Cristo di Nikos Kazantzakis

Un esempio molto efficace, a tal proposito, è il romanzo storico L’ultima tentazione di Cristo di Nikos Kazantzakis.

Il Gesù che viene fuori dalla narrazione di Kazantzakis, è un essere preda di sentimenti come dubbio, timore, lussuria, depressione.

E nel tormento e nel dolore indotto dalla crocefissione immagina, o probabilmente vive, una vita diversa.

Una vita diversa, in cui si salva, prende in moglie prima la Maddalena e successivamente la sorella di Lazzaro, per poi pentirsi e ritornare sulla croce al termine di un’esistenza vissuta in pienezza e felicità.

Il romanzo, come è facile prevedere, ha ricevuto critiche molto dure.

È stato accusato di blasfemia e messo all’indice.

Nella stesura del testo, Kazantzakis ha affrontato la narrazione in maniera molto rigorosa, alla luce di grande coraggio e onestà intellettuale.

Ciò fa del suo romanzo un libro cardine della letteratura, non soltanto ellenica.

Un testo che solleva profondi dibattiti e riflessioni e che oggi è considerato un capolavoro assoluto, anche da coloro che ne prendono decisamente le distanze dai contenuti espressi.

Effetto realtà

Più di ogni altro tipo di narrazione, il romanzo storico ha come prioritario e ineludibile obiettivo quello di restituire il cosiddetto “effetto realtà”.

L’effetto realtà viene raggiunto in primo luogo puntando su un’ambientazione storica e curandola nei minimi particolari.

Ma ciò non esclude certo il fatto che la vicenda narrata deve essere anch’essa credibile in ogni sua parte.

Un espediente molto diffuso per innescare la credibilità della vicenda è il ricorso a una testimonianza contemporanea dei fatti che vengono raccontati nel testo.

Il racconto narrato, in questo caso, non risulta essere frutto della creatività dell’autore.

Semplicemente questi si limita a riprendere una vicenda riferita da una persona vissuta nel periodo in cui si colloca la narrazione o che addirittura è stata testimone, in modo più o meno diretto, della storia.

È il caso dell’Anonimo ne I promessi sposi, del manoscritto arabo alla base del Don Chisciotte, del cronista medievale Adso da Melk nel Nome della rosa, solo per fare qualche esempio.

È compito dell’autore poi, modulare a seconda delle proprie esigenze narrative il tipo di rapporto con la propria “fonte”.

Vi sono scrittori che la seguono fedelmente.

Coloro che preferiscono seguirla facendo in modo di ritrascriverla completamente in un’altra lingua.

Vi sono poi coloro che hanno a che fare con un testo già contaminato da traduzioni, rifacimenti, rimaneggiamenti, interventi vari, ecc.

Generalmente lo scrittore indica il (presunto o vero) ricorso a una fonte certa e attendibile nella prefazione o in un altro tipo di nota introduttiva e poi lascia che la narrazione proceda regolarmente.

Il rapporto stesso con la fonte varia da scrittore a scrittore.

Alessandro Manzoni, ad esempio, ne I promessi sposi interviene in diversi passaggi del testo a ribadire la distanza che lo separa dall’anonimo che è fonte del racconto (e che, a sua volta, ha appreso la vicenda dallo stesso Renzo).

Umberto Eco, diversamente, ne Il Nome della rosa dà la parola ad Adso da Melk per non riprenderla più.

Eco però aveva mescolato le carte e complicato il tutto nella prefazione (con la scritta “Naturalmente, un manoscritto”), dove il lettore viene informato del fatto che la vicenda narrata nel testo è la “versione italiana di una oscura versione neogotica francese di una edizione latina secentesca di un’opera scritta in latino da un monaco tedesco (Adso da Melk, appunto) sul finire del Trecento”.

Se poi si tiene conto del fatto che Adso ottantenne narra le esperienze dell’Adso diciottenne, ci si rende conto che l’arco temporale che separa i fatti dal momento in cui avvennero alla loro trascrizione definitiva è così elevata da mettere decisamente in dubbio l’attendibilità e l’affidabilità della fonte citata al fine di creare l’effetto di realtà.

Ma, in tempi postmoderni, questa di certo è una delle migliori trattazioni possibili del motivo della “fonte”.

Il medesimo effetto realtà lo si ottiene con l’inserimento di brani tratti da documenti dell’epoca o da citazioni di studi sul periodo o sull’argomento.

Il lettore implicito

Ogni scrittore, non solo di romanzi storici, scrive per un “lettore” ben preciso.

Si tratta del “lettore implicito”, ovvero quel lettore che è destinatario “ideale” della storia narrata.

Nel romanzo storico la definizione di questo riferimento è complicata dal fatto che, in alcuni casi, per comprendere a fondo la storia narrata, è necessaria la conoscenza di fatti che non si possono dare per scontati nel lettore comune.

Ecco allora che l’autore deve provvedere a disseminare con abilità nel testo queste informazioni di carattere storico.

Diversi sono i modi per fare ciò.

Alessandro Manzoni, ad esempio, informava il lettore circa lo scoppio della peste o la guerra del Monferrato mediante vere e proprie trattazioni saggistiche collocate nel romanzo come fossero degli “a parte”.

Per dare spazio a queste digressioni, la vicenda di Renzo e Lucia viene interrotta e il romanzo per un certo numero di pagine assume quasi i caratteri un’opera storiografica.

Ma è anche possibile inserire le informazioni storiche nel corpo del racconto.

Lo si può fare, ad esempio, affidandole ad un dialogo tra due o più personaggi.

Nel Pendolo di Foucault, ciò che il lettore deve conoscere riguardo i Templari, Umberto Eco lo lascia trasparire nel dialogo tra il protagonista, Casaubon, e il personaggio di Jacopo Belbo.

Ciò che conta è la coerenza interna:

Casaubon è autorizzato a svolgere quella trattazione poiché è un laureando all’università che è alle prese con una tesi proprio sui Templari.

Tanti sono i modi per prendere per mano il lettore e accompagnarlo indietro nel tempo.

Non importa quale soluzione tecnica si decide di adottare o in quale epoca collocare la storia.

La parola d’ordine per scrivere un romanzo storico in maniera efficace è soltanto una:

credibilità.

Pertanto: buona ricerca storica e buona scrittura a tutti!

 

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