Quando il dialetto materno incontra la lingua letteraria

Nei testi di alcuni tra i nostri autori più importanti, la lingua italiana convive con uno dei tanti dialetti della penisola, dando vita a risultati di sorprendente intensità espressiva ed efficacia comunicativa.

Il dialetto, con un paradosso che è soltanto apparente, irrompe tra le pagine della letteratura italiana in maniera tanto più vivace quanto più viene scacciato dalla realtà quotidiana.

Il suo graduale decadimento – risultato dei grandi flussi migratori interni al paese, dell’impatto di giornali, televisione (che ha spesso penalizzato, se non apertamente discriminato l’uso degli idiomi locali) e, in tono minore, di internet –  svanisce al cospetto della pagina letteraria, in cui è possibile assistere ad una rinnovata commistione tra lingua italiana e dialetto locale.

Questo tipo di lavoro sulla lingua lo ritroviamo in modo particolare a partire dalla seconda metà del Novecento italiano e spesso ha come protagonisti autori completamente estranei al dialetto in cui decidono di scrivere.

Un esempio, a tal proposito, è il romanesco utilizzato dal lombardo Gadda in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, o quello messo a punto dal friulano Pier Paolo Pasolini in Ragazzi di vita.

Ancor più sorprendente, per gli effetti che produce, è la soluzione adottata da due poeti del Novecento.

Gli esempi che seguono sono ripresi da Ernesto, l’unico romanzo scritto da Umberto Saba, e da una prosa di Andrea Zanzotto.

Si tratta di autori che decidono di usare entrambe le loro lingue “naturali”: quella materna, appresa durante l’infanzia, e quella letteraria, studiata a scuola, affinata leggendo soprattutto i libri degli autori amati.

I dialoghi nitidi di Saba  

Nel caso di Saba, il romanzo propone un’interessante sovrapposizione: ai livelli affettivamente più profondi, più “naturali”, si colloca il dialetto; a quelli più astratti ed elevati, l’italiano.

Nei dialoghi, ad esempio, emerge la lingua di casa, trascritta nella forma più fedele e chiara, mentre invece la voce narrante si esprime in italiano.

– Cossa el ga?nEl xe stanco?

– No. Son rabiado.

– Con chi?

– Col paròn. Con quel strozin. Un fiorin e mezzo per caricar e scaricar due cari.

– El ga ragion lei.

Questo dialogo (che riportiamo, come i seguenti, in dialetto; un dialetto un po’ ammorbidito e con l’ortografia il più possibile italianizzata, nella speranza che il lettore – se questo racconto avrà mai un lettore – possa tradurlo da sé) si svolgeva a Trieste, negli ultimissimi anni dell’Ottocento.

Gli interlocutori erano un uomo – un bracciante avventizio – e un ragazzo.

L’uomo era seduto su un mucchio di sacchi di farina, in un magazzino di Via… Portava in testa un grande fazzoletto rosso, che gli scendeva giù dalle spalle (questo per proteggere il collo dallo strofinamento dei sacchi).

Era un uomo giovane, sebbene apparisse – come notava Ernesto – un po’ stanco; e il suo aspetto aveva qualcosa di lontanamente zingaresco; ma di uno zingaresco molto attenuato, molto addomesticato.

Ernesto era un ragazzo di sedici anni, praticante di commercio in una ditta che comperava farina dai grandi Mulini dell’Ungheria…

Comincia così Ernesto, l’unico romanzo di Umberto Saba.

Scritto in una casa di cura di Roma nel 1953, a pochi anni dalla morte, rimase incompiuto e fu pubblicato solo nel 1975.

Lo spiccato carattere autobiografico dell’opera (i primi “rapimenti” sessuali di Ernesto-Umberto, il suo affacciarsi alla vita), non ne ridimensiona il valore della stessa, ammirevole per la semplicità e l’efficacia delle descrizioni e dei dialoghi, chiari e puntuali in ogni passaggio.

Le due figure principali, l’uomo e il ragazzo, vengono catapultati sulla scena e si muovono liberamente, attraverso quella potentissima leva di azione quale è il dialogo.

Soltanto successivamente i personaggi vengono descritti.

In questo modo il lettore è come accompagnato, passo dopo passo, nel cuore della vicenda narrata: guidato dalle voci dei protagonisti, soltanto alla fine della pagina gli è concesso di vederli.

Lo scenario che si apre dinanzi è particolarmente realistico.

I dettagli del fazzoletto rosso, dei sacchi di farina su cui l’uomo si lascia andare, stanco e iracondo per i maltrattamenti subiti, sono così chiari da trasmettere al lettore l’immagine inequivocabile di una bottega friulana di fine secolo.

Non sa in quale posizione si trovi il ragazzo, ma se lo figura in piedi, nel suo completo “buono” che non può certo sporcare sedendo accanto al bracciante.

Eppure il senso di una trasposizione poetica, che si confà più al sogno che alla realtà, lo seduce sempre di più e cresce all’emergere di ogni nuovo dettaglio.

Come è possibile tutto ciò?

Per comprendere la forza di tale registro espressivo, potremmo provare a riscrivere il dialogo iniziale in italiano.

Naturalmente, dovremmo rimuovere anche l’indicazione in parentesi della voce narrante, che funge non soltanto da didascalia, ma da affettuoso appello al lettore.

Il risultato?

L’incanto svanirà subito: non si udiranno più le voci, il dialogo perderà l’intensità dell’azione per ridursi semplicemente a veicolare dei contenuti.

Non sarà possibile ricavare nulla più di un’informazione o descrizione riguardo ciò che sta accadendo.

È il dialetto, infatti, a trasmettere tutta la forza delle voci che ci parlano accanto, che sembrano intrecciarsi nell’istante in cui gli occhi scorrono tra le righe.

Utilizzato in tal modo, senza alcuna velleità stilistica, il dialetto triestino suona come la lingua del quotidiano, dell’esperienza nuda e cruda di tutti i giorni.

E infatti nessuno, di solito, scrive nel dialetto natale, senza nemmeno sapere come.

Scrivere, a ben vedere, è sperimentare l’effetto di un’astrazione, distaccarsi dalle cose.

Si scrive a una persona lontana; si scrive, in un diario, per avere memoria di quanto si sta vivendo.

Parlare o, meglio ancora, dialogare, vuol dire presenziare alle cose, vivere un’esperienza fisica (non soltanto intellettuale) del suono delle parole e dei sentimenti che trasmettono.

In tale accezione, nel dialetto presente in Ernesto manca la vena nostalgica di un ritorno al passato.

La sua forza, piuttosto, risiede nella capacità di rendere concreta e senza veli la realtà della seduzione umana.

Aspetto, questo, che è anche il senso più profondo della poesia.

La prosa dialettale di Zanzotto    

Un grande poeta del nostro tempo, Andrea Zanzotto, è anche un abile prosatore.

Ma se in poesia utilizza il suo dialetto (il veneto dell’area trevigiana) alla stregua di una materia incandescente, ideale per plasmare le sue peripezie linguistiche, in prosa ne fa un uso decisamente più sobrio, quasi da documentario, senza rinunciare, per questo, a raggiungere effetti di intensa espressività e bellezza.

Nel passo che segue prende la parola il vecchio Nino, figura di riferimento del mondo poetico zanzottiano.

In questo passaggio l’uomo si rivolge ad un pubblico eterogeneo, che pende dalle sue labbra.

Nino – Eva, la donna, è in realtà la prima! Staga attenta: la donna che nasce è dovere sacrosanto che muoia: però la donna la sarà l’ultima a morir. L’uomo muore prima, sempre.

Voci – Muore prima perché deve sopportare la donna?

Nino – Perché la donna ha il fisico più forte, ferreo, è più robusta dell’uomo; ve conto, se volé saverghene una: allora, il parroco Menin da Collalto, che era parroco non dirò di campagna, ma di bosco, quando che i andava, par esempio, a ciamarlo, di giorno e di notte:

“Reverendo vegna, vegna parchè mi ho me mama ho me sorela, ho me cugnada… par morir…” al diseva: si, si, và, vegno…

E l’andéa la matina dopo.

Quando che andava uno che diseva: L’è me fiol, l’è me pare che sta mal, el piovan rispondea: si, si, vegno subito;

Se vestiva e l’andéa.

Sa lei perché?

Parchè l’omo no ha la resistenza dela dona, parchè ‘na dona anche se ha cento ani e la sta in piedi par scomessa, la dura;

Un uomo… mah!

Le poche frasi di Nino sono tutte di pregevole fattura.

Da notare il grande ritmo della sentenza “L’uomo muore prima, sempre”, oppure il raffinato crescendo di “fisico più forte, ferreo” o ancora l’efficacissima correzione “non dirò di campagna, ma di bosco”.

Ma è proprio il suo dialetto a dare l’illusione evidente di una sinfonia, di una musica polifonica.

Il dialogo immaginario tra il sacerdote e i fedeli che accorrono per chiedergli l’ultima benedizione per i loro cari è un ricchissimo intreccio di sfumature cariche di significato.

La risposta che viene data a tutti i parenti di uomini e donne, è ovviamente affermativa:

il buon prete davvero si prepara ad andare al capezzale di qualunque malato.

Ma un conto è dire “Si, si, và, vegno…”, un altro è “Si, si, vegno subito…”: soltanto il pungente ma caldo veneto di Nino può esprimere pienamente queste sfumature; una ricchezza interamente sonora e che sfugge a qualsiasi tentativo di riscrittura.

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