Personaggio piatto o a tutto tondo? Scopriamone di più

Distinguere tra un personaggio piatto o a tutto tondo

Hai finito di scrivere la tua storia e stai cercando di capire, tra le altre cose, se ognuno dei personaggi creati è un personaggio piatto o a tutto tondo.

Scrivere, come sappiamo, è un’esperienza tanto faticosa quanto emozionante.

Quando ci si accinge a scrivere una storia non sempre si riesce a partire con il piede giusto e a creare in maniera precisa una trama narrativa e un sistema dei personaggi efficace, a modulare il tono giusto e a scegliere l’ambientazione spaziale e temporale più adatta.

È sensazione diffusa (quasi sempre motivata) tra gli scrittori, quella di rileggere il testo appena scritto e pensare: “qualcosa non va!”.

Siamo certi di non aver sottovalutato uno o più aspetti davvero importanti?

Circoscrivendo il discorso ai personaggi della storia appena scritta, la domanda da porsi è:

quello da me delineato è un personaggio piatto o a tutto tondo?

Si tratta di un personaggio statico o di un personaggio dinamico?

Tutti gli altri personaggi della storia sono personaggi statici o personaggi dinamici?

Per poter affrontare e risolvere le difficoltà e i punti deboli di un testo narrativo, occorre prima di tutto individuarli con precisione.

Non c’è nulla di più avvincente e sensazionale, quando si scrive, di rimanere piacevolmente intrappolati nel meccanismo della storia che noi stessi abbiamo creato.

Tuttavia può accadere di concentrarsi su determinati aspetti tralasciandone altri.

Ad esempio focalizzando tutti gli sforzi sull’azione, mettendo in secondo piano, se non trascurando addirittura, il lavoro di “caratterizzazione personaggi”.

Risultato?

Le figure presenti in una storia finiscono per essere delle figure piatte, prive di profondità, spessore e rilievo.

Personaggi incapaci di scatenare l’interesse e l’immedesimazione da parte del lettore.

Semplici sagome che difficilmente riusciranno a sostenere e rilanciare l’azione narrativa, che risulterà irrimediabilmente sottotono e priva di interesse.

Viene da sé, dunque, che ragionare su come inventare un personaggio e come descrivere un personaggio sono passaggi fondamentali.

Personaggi in conflitto: il rapporto madre-figlia

Supponiamo di scrivere una breve storia ambientata ai giorni nostri, basata sul conflitto tra una madre dispotica e iperprotettiva e una figlia adolescente tendenzialmente ribelle, in cerca della propria indipendenza e autonomia.

Una delle scene iniziali della storia potrebbe essere la seguente:

“Squillò il telefono, Marta si alzò e andò a rispondere. Era Sandra, la sua compagna di banco, che voleva informarla di essere riuscita a trovare incredibilmente due biglietti per il concerto dei Guns N’Roses del week-end successivo.
“I Guns N’Roses!”, gridò Marta “Sabato sera! Ma è stupendo! Un attimo che chiedo a mia madre se…”
“Non se ne parla neppure,” la interruppe sua madre passandole accanto con il cesto del bucato sottobraccio, “Tu la sera devi studiare e andare a letto presto. E poi, tutta quella gente esaltata…
Niente da fare, è troppo pericoloso. Levatelo dalla testa. Di’ alla tua amica che inviti qualcun altro.”

Di per sé, questa scena non è tecnicamente “sbagliata”.

Tuttavia conveniamo tutti sul fatto che non contiene niente di speciale.

Il motivo?

È una scena priva di pathos.

Una storia non può reggere il “peso della narrazione” inanellando semplicemente una successione di scene piatte e analoghe, in cui Marta chiede il permesso di andare al centro commerciale, ad una festa, al cinema, in gita o in campeggio per qualche giorno e la madre non fa che ripetere:

“Non se ne parla neppure!”

Non è sufficiente, per creare coinvolgimento, mostrare Marta che compra calze a rete e tacchi a spillo, suscitando l’indignazione della madre che, senza alcuna esitazione, li getta dalla finestra.

Oppure proporre l’escamotage della ragazza che decide di uscire di nascosto, con la madre che al suo ritorno gliele suona di santa ragione.

In breve, tutte queste scene, che sicuramente possono essere utili per costruire un’azione narrativa adeguata, non sono sufficienti ad intercettare l’attenzione del lettore.

Il motivo?

I personaggi, così tratteggiati, rimangono relegati al rango di semplici stereotipi, ovvero figure predefinite e statiche.

Nel breve esempio che abbiamo riportato, lo stereotipo su cui ruota la narrazione è quello della madre oppressiva e della figlia ribelle.

Se i personaggi non sono individualità “autentiche” in tutto e per tutto, ma mere “funzioni” necessarie allo svolgimento dell’azione, la storia nel suo insieme perderà gran parte del suo interesse.

Accentuare le caratteristiche dei personaggi

A questo punto, la storia che si sta scrivendo, per buona parte rischia di essere già compromessa.

È possibile escogitare un finale al cardiopalmo (ad esempio Marta che si procura un’accetta e fa a pezzi sua madre; oppure la madre che incatena la figlia in soffitta e la tiene segregata per dieci anni), ma ciò non servirà a riscattare la narrazione intera.

È molto probabile che il lettore, prima di arrivare a questo punto, avrà già smesso di leggere.

Oppure, quand’anche avrà avuto la tenacia di continuare, il finale lo lascerà completamente indifferente, visto che si tratta della sorte di due “burattini” e non di due persone.

Come creare personaggi avvincenti?

Come si fa a rendere “vivi” i personaggi di Marta e di sua madre?

In che modo si può dare spessore, rilievo e profondità a figure, per ora, così piatte?

Quando si valuta se siamo dinanzi ad un personaggio piatto o a tutto tondo, è bene ricordare che i protagonisti di una storia devono avere delle caratteristiche il più possibile precise.

Oppure, al contempo, avere una personalità complessa e particolare, che li rende unici e inconfondibili.

Una soluzione molto efficace per far venire fuori l’essenza profonda dei personaggi, può essere quella di provare a dilatare, fino ad amplificare, le caratteristiche delle due figure.

Esasperare i difetti dei personaggi

Partiamo dalla madre.

Abbiamo detto che è autoritaria e iperprotettiva.

Pertanto facciamo in modo che ogni suo gesto, azione, parola, riveli in maniera inequivocabile questo tratto distintivo della sua personalità.

Possiamo, ad esempio, descriverla in varie azioni quotidiane: mentre rimbocca le coperte e dà il bacio della buonanotte alla figlia sedicenne, mentre le chiede com’è andata a scuola, mentre le cucina il suo piatto preferito.

E, al contempo, mentre la rimprovera e la copre di ridicolo dinanzi alle amiche con i suoi divieti ingiustificati, mentre la spia di continuo quando è nella sua camera, mentre la segue quando esce di casa per un appuntamento, mentre le fa scenate incredibili per qualche minuto di ritardo:

“Oh, Marta, lode al cielo!”
Appena aveva aperto la porta, la ragazza aveva visto sua madre in lacrime che lasciava cadere la cornetta del telefono e le andava incontro urlando: “Ma dove sei stata, ero così preoccupata! Ti è successo qualcosa, tesoro? Ho anche chiamato a scuola e mi hanno detto che eri uscita in perfetto orario, allora ho avvertito la polizia. Ero così in pensiero…”
La madre si premeva una mano sul petto e quando si passò l’altra tra i capelli, Marta notò che erano grigi alla radice. “E telefonare, niente: la signorina non pensa a telefonare a sua madre per dirle che tarderà. E il telefonino? ‘Il numero di telefono da lei selezionato potrebbe essere spento o non raggiungibile”. Te ne sarai stata a chiacchierare con quella stupida della tua amica Sandra, e io, intanto, qui… Dove sono le mie compresse? Me le hai nascoste tu? Mi hai nascosto le compresse per farmi venire un colpo? Dimmi la verità! Vuoi farmi crepare, vero? Almeno, dimmelo!”

È evidente che, amplificando a dismisura il tratto caratteriale principale del personaggio della madre possessiva e autoritaria, la si trasforma in una sorta di maniaca ossessiva.

In questo modo si indirizza la storia verso l’esasperato e il grottesco.

Lavorando su questo registro troverebbe giustificazione anche l’epilogo violento dell’accetta, che poteva risultare gratuito, se non apertamente “esagerato”, nella versione iniziale.

Indagare in profondità i personaggi

Un’altra soluzione per costruire un personaggio nel migliore dei modi è quella di mettere in scena il contrasto e l’articolazione della personalità.

In questo caso la storia vira nella direzione di indagare in profondità l’animo dei personaggi, in particolar modo la loro dimensione psicologica.

L’autore scandaglia le ragioni del comportamento di Marta e di sua madre per portare alla luce un conflitto.

Ad esempio, il comportamento della madre potrebbe essere il risultato dell’amore sconfinato che nutre nei confronti di sua figlia e, quello dell’angoscia, potrebbe essere uno stato d’animo derivante da un’esperienza traumatica vissuta durante l’adolescenza.

Marta, al contempo, potrebbe subire l’oppressione della madre e sentirsi legata dai vincoli di affetto e riconoscenza nei confronti di questa donna che l’ha cresciuta con le sue sole forze.

Altri possibili sviluppi della storia

A questo punto la fantasia di uno scrittore fa la differenza.

In che modo?

Ponendosi anche solo poche e semplicissime domande:

Per quale motivo Marta e sua madre vivono da sole?

Che fine ha fatto il padre di Marta?

È morto?

È fuggito da una moglie troppo angosciante?

E, per tendere verso un finale ad alta intensità:

se Marta, rientrando a casa all’alba dopo una festa, trovasse sua madre che l’aspetta, in preda ad una crisi di pianto, e le rivelasse che lei, diciassette anni prima, ad un party, è stata drogata e violentata da uno sconosciuto?

Come si può vedere, dall’esplorazione della psicologia dei personaggi, possono nascere tantissime possibilità di sviluppo dell’azione narrativa.

Soluzioni di gran lunga più intricanti e stimolanti di quelle prese in considerazione all’inizio della storia.

Tutto partendo semplicemente da una domanda:

quello creato da me è un personaggio piatto o a tutto tondo?

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