Osservare e descrivere: la lezione di Calvino e Cortàzar

L’importanza di “osservare e descrivere”

Osservare e descrivere sono due aspetti indissolubili nel lavoro di scrittura.

Per uno scrittore, allo stesso modo che per un bambino, “saper osservare” è l’atto di esplorazione che viene prima di ogni altra cosa.

È dalla capacità di osservazione che deriva la percezione e la consapevolezza di essere parte del creato e di guardarlo con occhi bene aperti.

Capacità di osservare e descrivere che è declinata da ogni singolo essere umano in maniera assolutamente unica ed esclusiva.

Modalità, quella di osservare e descrivere, dalla cui specificità e peculiarità ne deriva il carattere assolutamente unico e inconfondibile di un autore.

E, da ciò, la possibilità di distinguersi da tutti gli altri.

Ce ne dà pieno insegnamento di tutto ciò Italo Calvino in Palomar nel primo dei due brani riportati di seguito, mentre nel secondo è Julio Cortàzar che ci offre un saggio dell’incredibile capacità di illuminare la più ovvia e scontata realtà quotidiana mediante l’ispirazione poetica.

Autori e brani molto diversi tra loro, ma che proprio per questo è molto utile comparare.

Da qui la possibilità di comprendere l’importanza e la complessità di un passaggio che rappresenta il cuore del lavoro di scrittura.

Quell’osservare e descrivere da cui deriva la voce e lo stile assolutamente inconfondibile di un autore e della sua opera.

Osservare e descrivere “tra le righe”

Partiamo da Le meditazioni di Palomar, tratto da Palomar:

“Il signor Palomar ha deciso che la sua principale attività sarà guardare le cose dal di fuori. Un po’ miope, distratto, introverso, egli non sembra rientrare per temperamento in quel tipo umano che viene di solito definito un osservatore. Eppure gli è sempre successo che certe cose – un muro di pietre, un guscio di conchiglia, una foglia, una teiera – gli si presentino come chiedendogli un’attenzione minuziosa e prolungata: egli si mette a osservarle quasi senza rendersene conto e il suo sguardo comincia a percorrere tutti i dettagli, e non riesce più a staccarsene. Il signor Palomar ha deciso che d’ora in avanti raddoppierà la sua attenzione: primo, nel non lasciarsi sfuggire questi richiami che gli arrivano dalle cose; secondo, nell’attribuire all’operazione dell’osservare l’importanza che essa merita.”

Il signor Palomar, che ci viene presentato da Calvino come “miope, distratto, introverso”, sembra non corrispondere affatto al “tipo umano” di osservatore, come del resto ci indica lo stesso autore.

Attenzione, però.

Italo Calvino è un maestro dell’ironia.

Pertanto è molto probabile che, così facendo, vorrà dire qualcosa “tra le righe”.

Che cosa, in dettaglio?

Calvino vuole comunicare al lettore che un tipo di osservatore professionista, quale può essere uno scienziato, è orientato da una visione molto particolare.

Infatti, il fine della sua osservazione è quello di accumulare dati che gli consentano di corroborare sempre più le proprie teorie.

In particolare lo sguardo di Palomar è sempre legato a concetti e costruzioni mentali prestabilite che fanno del suo “guardare” un’osservazione mirata, dettata da una curiosità professionale specifica.

Se le qualità di Palomar – miope, introverso, distratto – non sono quelle di un buon osservatore professionista, rivelano al contempo un altro aspetto, tutt’altro che secondario.

Ovvero: Palomar è mosso da curiosità autentica, curiosità legata esclusivamente alle cose che vede.

I “richiami” che esse esercitano su di lui sono forti a tal punto da riuscire a vincere i suoi stessi limiti (miopia, distrazione, eccetera).

Egli “si mette a osservarle quasi senza rendersene conto”, affascinato dai loro dettagli più profondi.

In buona sostanza accade che la sua soggettività si dissolve nell’oggetto ovvero si annulla in un’oggettività più genuina.

Precisiamo subito che questo modo di guardare le cose da un altro punto di osservazione – diverso da quello degli oggetti – è un processo tutt’altro che automatico di educazione al “vedere”.

La conoscenza della realtà mediante la sua osservazione è una questione molto ampia e complessa che è stata affrontata (e mai risolta) dai più grandi pensatori di tutti i tempi.

Neppure un gigante come Italo Calvino ha trovato la sua ricetta definitiva.

Il suo Palomar, infatti, entra in crisi proprio nell’istante in cui “intellettualizza” consapevolmente la “ricchezza infinita di cose da guardare”.

E, così facendo, ripone tutte le proprie aspettative nell’atto del guardare, rovinando così il cosiddetto effetto del “richiamo da fuori”.

Osservare e descrivere la pioggia

In Julio Cortàzar l’atto di osservare e descrivere è declinato in modo molto diverso ma similmente unico ed esclusivo.

Uno dei punti di forza della prosa di Julio Cortàzar, maestro del surreale, deriva proprio dal fatto di essere un osservatore particolarmente attento della realtà.

Leggiamo il brano Le gocce, tratto da Storie di Cronopios e di Famas:

“Non so come dire, guarda, è terribile questa pioggia. Piove continuamente, fuori fitto e grigio, qui contro i vetri del balcone a goccioloni grevi e duri, che fanno plaf e si schiacciano come schiaffi uno dopo l’altro, che noia. Ecco una gocciolina alta sul riquadro della finestra, un attimo vibra contro il cielo che la scheggia in mille luccichii spenti, cresce s’ingrossa barcolla, cadrà non cadrà, non è ancora caduta. Si afferra con tutte le unghie, non vuole cadere e si vede che si aggrappa con i denti mentre le si gonfia la pancia, è ormai una gocciolona che pende maestosa e, di colpo, zup giù, plaf, disfatta, niente, una viscosità sul marmo.”

L’autore argentino, partendo da una comune e ordinaria giornata di pioggia, ci regala una magica trasformazione della realtà quotidiana, ottenuta grazie alla sua notevole capacità di osservare e descrivere i minimi dettagli oggettivi.

Il brano ha inizio con quel “Non so”, che sembra esprimere quell’attimo essenziale di inconsapevolezza, dove il soggetto diviene tutto occhi, senza essere mosso da alcun tipo di condizionamento precedente.

Cortàzar si rivolge in maniera diretta al lettore (“guarda”), invitandolo a vedere la realtà così com’è: il grigio fuori, i “goccioloni grevi”, mettendo a fuoco lo sguardo su un punto della finestra, una “gocciolina alta” che vibra contro il cielo e cresce gonfiandosi d’acqua.

Ecco che, nel bel mezzo della noia di un pomeriggio, ha luogo una visione mentale spiazzante: l’osservatore entra, per così dire, nell’oggetto osservato, immergendosi nell’acqua di cui è fatta la goccia come nel sangue di una creatura vivente.

E la goccia diventa persona.

Riscoprire l’atto di guardare

Quello che segue è la descrizione, tanto oggettiva quanto personale, di una goccia che cade.

Naturalmente, ognuno può vederci ciò che vuole in questa immagine e, soprattutto, non è necessario chiamarsi Julio Cortàzar per avere “visioni” simili guardando una goccia che cade.

A patto che si riconosca la necessità, ineludibile, di concedersi il tempo e lo spirito per guardare davvero intorno a sé.

Ciò che lo scrittore argentino ha saputo fare mirabilmente è stato afferrare il passaggio dalla banalità del quotidiano all’ispirazione poetica e rappresentare, in questo modo, una diversa forma di conoscenza della realtà.

Imparare ad osservare la realtà

Dobbiamo quindi sottolineare qual è il “segreto”, del resto evidente, che Calvino e Cortàzar ci hanno già svelato tra le righe?

Semplice: imparare ad osservare.

Imparare a vedere o, meglio ancora, riscoprire la grande importanza dell’atto di “osservare le cose”.

Proprio come accadeva da bambini quando, dinanzi ad un oggetto nuovo, si disegnava sul nostro volto un’espressione di stupore.

L’osservazione è la chiave che apre la porta della creatività.

Chi non è un buon osservatore non potrà mai diventare un bravo scrittore.

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