Ortega y Gasset: la creatività letteraria e la magia del romanzo

In questo breve quanto prezioso intervento desunto dalle riflessioni raccolte nel volume Sul Romanzo, l’autore spagnolo Josè Ortega y Gasset affronta due questioni fondamentali che riguardano la creatività letteraria.

Da una parte Ortega y Gasset focalizza l’attenzione sull’ispirazione e sul talento individuale, componenti che per esprimere appieno le loro potenzialità necessitano di una materia e di un repertorio fattivo di possibilità.

Dall’altra approfondisce l’indagine sulle risorse del romanzo individuandone il vero tratto distintivo: catapultare il lettore in un’altra esistenza, dalla quale riemerge completamente trasformato e profondamente arricchito.

“Supporre che la creazione artistica dipenda solo da quelle capacità soggettive e individuali, chiamate ispirazione o talento, significa farsi vane illusioni e liquidare comodamente il problema.

Per chi pensa così, la decadenza di un genere sarebbe causata esclusivamente dalla fortuita mancanza di uomini geniali.

Perciò, l’improvvisa apparizione di un genio, in qualsiasi momento, avrebbe come automatica conseguenza il rifiorire del genere più decaduto.

Ma questo richiamo al genio e alla ispirazione è un espediente magico del quale chiunque voglia vedere le cose con chiarezza dovrà sforzarsi di fare a meno.

Immagini il lettore un geniale taglialegna nel deserto del Sahara: lì, a nulla possono servirgli i suoi muscoli elastici e la sua accetta affilata.

Il taglialegna, senza un bosco da tagliare, è un’astrazione.

Lo stesso accade con l’arte.

Il talento è solo una disposizione soggettiva che si esercita su una materia.

Questa è indipendente dalle doti individuali e, quando manca, non servono a niente genio e abilità.

Ogni opera letteraria appartiene a un genere, come ogni animale a una specie.

(L’idea di Croce che nega l’esistenza dei generi artistici non ha lasciato la più piccola traccia nella scienza estetica).

Sia il genere artistico che la specie biologica presentano un repertorio limitato di possibilità.

Poiché, dal punto di vista artistico, contano solo quelle possibilità che siano così diverse tra loro da non potersi considerare come ripetizione l’una dell’altra, ne consegue che il genere artistico è un arsenale di possibilità assai limitato.

È un errore raffigurarsi il romanzo – e mi riferisco, soprattutto, al romanzo moderno – come un universo infinito, da cui si possano estrarre sempre nuove forme.

Sarebbe meglio immaginarlo come una cava di pietra dal ventre enorme, mai finito.

Nel romanzo esiste un numero limitato di temi possibili.

Ai suoi albori, gli artigiani hanno potuto trovare con facilità nuovi blocchi, nuove figure, nuovi temi.

Per quelli di oggi, invece, rimangono solo piccole e profonde vene di pietra.

Il talento lavora su questo repertorio di possibilità obiettive, che costituiscono il genere.

E quando la cava si esaurisce, per quanto grande sia il talento dello scrittore, non può fare nulla.

Certo, non si potrà mai dire, con rigore matematico, che un genere sia esaurito totalmente; ma, talvolta, lo si può affermare con sufficiente approssimazione empirica; per lo meno, a volte, è possibile dire, con tutta evidenza, che scarseggia la materia. (…)

Osserviamoci nel momento in cui terminiamo la lettura di un grande romanzo.

Ci sembra di emergere da un’altra vita, di uscire da un mondo non comunicante con il nostro mondo reale.

La non comunicazione è evidente, poiché non possiamo percepirne il transito.

Un istante fa ci trovavamo a Parma con il conte Mosca, con la Sanseverina, con Clelia e con Fabrizio; vivevamo con loro, ci preoccupavamo delle loro vicissitudini, eravamo immersi nella loro stessa atmosfera, nella stessa dimensione spaziale e temporale delle loro persone.

Ora, all’improvviso, senza soluzione di continuità, ci troviamo nella nostra stanza, nella nostra città e nel nostro tempo; incominciano già a risvegliarsi, intorno ai nostri nervi, le preoccupazioni abituali.

Vi è un intervallo di indecisione, di esitazione.

Il brusco colpo d’ala di un ricordo narrativo, forse, torna a sommergerci improvvisamente nell’universo del romanzo; allora, con molti sforzi, come sbracciando in un elemento liquido, dobbiamo nuotare fino alla riva della nostra esistenza.

Se qualcuno ci osservasse, scoprirebbe che le nostre pupille sono dilatate come quelle dei naufraghi.

Chiamo romanzo quella creazione letteraria che provoca questo effetto.

È il potere magico, gigantesco, unico, glorioso di questa sovrana arte moderna.

Il romanzo che non riesce a provocarlo è un cattivo romanzo, quali che siano gli altri suoi rimanenti pregi.

Si tratta di un sublime e benefico potere, che moltiplica le nostre esistenze, che ci libera e ci pluralizza, che ci arricchisce con generose trasmigrazioni.”

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