Nando Vitali e l’umanità “in sospensione” di Polvere per Scarafaggi

“Prima dei muri di pietra, ci sono i muri invisibili della mente. Quelli più lenti a cadere. E che solo la cura delle parole potrebbe guarire.
Un giorno quel muro si dissolverà nella ragnatela del mattino, e tutti quei clandestini impigliati finalmente riusciranno a passare. Pensieri senza fanfare, solo risvegliati dal sonno. Perché è dal sonno della ragione che vengono i mostri. E dall’insonnia dei giusti che viene la speranza.”

Ed è proprio alla cura delle parole che Nando Vitali sembra affidare le anime maltrattate che si muovono all’interno delle storie di Polvere per scarafaggi, raccolta di racconti “obliqui, senza centro e affidati al caso”, come lo stesso autore li ha definiti, pubblicata da ad est dell’equatore.

Il titolo, ispirato da una delle scene iniziali del film Pasto Nudo di David Cronenberg del 1991, quella in cui William Lee, sterminatore di scarafaggi, scopre che Joan, sua moglie, si droga utilizzando la polverina gialla impiegata per stecchire gli insetti, veicola appieno quella che è la temperie che attraversa i ventisei racconti della raccolta.

Protagonista delle storie di Nando Vitali è un’umanità che esiste ma che non si vede o, molto spesso, un’umanità che esiste ma che non si vuole vedere.

Gli ultimi, gli invisibili, le “vite di scarto”, per dirla con le parole di Zygmunt Bauman.

Quelli che percorrono la propria esistenza in costante equilibrio tra un appiglio e il baratro, tra il margine e il nulla.

Sono coloro che, per scelta o per forza, per errore o destino, sono chiamati a vivere una vita molto diversa da quella immaginata.

Ecco che allora ogni singolo racconto diviene tessera di un puzzle ideale, occasione di discesa lungo gli anfratti più reconditi e bui dell’animo umano.

Tessere che, messe insieme, restituiscono un affresco potente e vivido di un’umanità che, quasi per l’effetto di una reazione chimica innescata dal contatto dei personaggi con la realtà stessa, diviene espressione di un modo extra-ordinario di stare al mondo e di prendere parte all’umano esistere.

Un’umanità, quella descritta da Nando Vitali, che potremmo definire “in sospensione”, in perenne oscillazione lungo continuum diversi, quali vivere e sopravvivere, ciò che è stato e ciò che poteva essere, realtà e sogno, gioia e dolore, bene e male.

Le anime che l’autore dipinge nelle sue storie, sono anime che si muovono esattamente lungo queste direttrici.

Biografie che si incrociano tra loro dopo aver percorso traiettorie sconosciute ai più e che disegnano parabole esistenziali uniche.

Esco di notte, quando la notte si fa densa, un inchiostro che nei fondaci e nelle vie strettissime non dà scampo. Nemmeno alla luna quando si fa gialla e piena di sé. Esco di notte perché di notte tutto è invisibile, assorbito dal colore nero del sole al rovescio. A volte sento che mi temono. Il graffio stridente delle zoccole come sopra a un grammofono quando la puntina si spezza e riga per dispetto il piatto di circoli concentrici. È la loro compagnia, però, discreta. In fondo le creature della notte si somigliano tutte. ”

Storie che l’autore, da arpeggiatore esperto, lascia risuonare toccando talvolta le corde del noir, talvolta quelle del grottesco e del surreale, talvolta quelle della narrazione intimista e delicata, raggiungendo vette di profonda intensità espressiva.

Diversi gli elementi che tengono insieme storie differenti tra loro e lontane nel tempo.

Un fil rouge su tutti: lo sguardo assolutamente unico e inconfondibile dell’autore sulle vicende narrate.

Uno sguardo attento, preciso, che non lascia scampo a dettagli e sfumature, che tira fuori dal buio e mette all’angolo personaggi e storie, li investe di luce anche solo per un istante, prima di lasciarli andare e riconsegnarli all’oscurità.

Uno sguardo che è ben lontano dall’esprimere un giudizio di valore, positivo o negativo che sia, su fatti e personaggi.

Si perché i personaggi di Nando Vitali, quand’anche cinici e fragili, crudeli e dolcissimi, sono figli della solitudine, della delusione, della speranza disattesa, del sogno perduto.

Anime incastrate nella materia di una natura matrigna o da un fato avverso, stropicciate dalla congiuntura imprevedibile degli eventi o dalla dissonanza inarrestabile del tempo che passa.

Non questi, in ogni caso, gli elementi assolutori che sottraggono a qualsiasi tipo di giudizio le figure che attraversano questi racconti, quanto piuttosto l’impulso che muove gli stessi.

Il battito che orienta l’agire di questa umanità è il bisogno ancestrale di esistere, è l’essenza stessa di vivere, dove ognuno a modo proprio, ognuno come può, non esita a giocare una carta, a tentare un azzardo, fosse anche per la remota possibilità di essere, anche solo per una volta e per un istante solo, protagonista sul palcoscenico della propria esistenza.

Fosse solo per bucare un momento il velo disarmante di una realtà a due dimensioni, schiacciante come polvere per scarafaggi, per la sua straniante assenza di profondità.

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