Moravia: Gli Indifferenti e la ricerca di una voce autentica

Primo e sorprendente romanzo di uno scrittore poco più che ventenne, Gli Indifferenti non è soltanto una delle opere più importanti di Alberto Moravia, ma dell’intero Novecento italiano.

Moravia, che ha dedicato a Gli Indifferenti un breve e prezioso saggio (apparso per la prima volta nel 1945), ci conduce alla scoperta del processo creativo che lo ha condotto non solo alla stesura del romanzo, ma alla maturazione di una voce personale e spontanea.

Quella “voce” che gli ha consentito di compiere il salto “dalla letteratura all’espressione letteraria come mezzo di conoscenza”.

Parole, queste, che sono la testimonianza di uno scrittore dinanzi alla sua prima vera creazione letteraria:

“Ho cominciato a scrivere Gli Indifferenti nell’ottobre del 1925 e l’ho finito nel marzo del 1928.

Prima de Gli Indifferenti avevo scritto parecchio ma senza aver mai la certezza di incontrare me stesso sotto la penna.

Avevo scritto molte poesie, novelle e persino un paio di romanzi.

Si trattava nella grande maggioranza di imitazioni da questo o quell’altro autore di cui via via mi infatuavo.

Con Gli Indifferenti, per la prima volta in vita mia, mi parve di mettere i piedi sopra un terreno solido.

Dalla buona volontà sentii ad un tratto che passavo alla spontaneità.

Auguro a tutti coloro che hanno l’ambizione di scrivere di avvertire una volta nella vita questo passaggio così importante.

È il passaggio dalla letteratura, disperante mestiere, all’espressione letteraria come mezzo di conoscenza.

Non dico che questo passaggio comporti necessariamente la creazione di opere di poesia. Ma almeno si esce dal limbo della volontà vuota e delle parole senz’animo. (…)

Ero partito senza idee contenutistiche ma non senza alcuni schemi letterari.

Durante molti anni avevo letto moltissimi romanzi e opere teatrali.

Mi ero convinto che l’apice dell’arte fosse la tragedia.

Dall’altra parte mi sentivo più attirato alla composizione romanzesca che da quella teatrale.

Così mi ero messo in mente di scrivere un romanzo che avesse al tempo stesso le qualità di un’opera narrativa e quelle di un dramma.
Un romanzo con pochi personaggi, con pochissimi luoghi, con un’azione svolta in poco tempo.

Un romanzo in cui non ci fossero che il dialogo e gli sfondi e nel quale tutti i commenti, le analisi e gli interventi dell’autore fossero accuratamente aboliti in una perfetta oggettività. (…)

D’altra parte mi ero convinto che non mettesse conto di scrivere se lo scrittore non rivaleggiasse con Creatore nell’invenzione di personaggi indipendenti, dotati di vita autonoma; l’idea che l’arte potesse essere altra cosa che creazione di personaggi non mi sfiorava neppure la mente.

Fin da principio mi trovai perciò di fronte a molteplici durissime difficoltà dovute quasi tutte a queste mie convinzioni dalle quali non volevo scostarmi per nessuna ragione.

Io avevo indubbiamente molte cose da dire.

Ma non volevo assolutamente dir nulla fuori dei canali obbligati dei personaggi.

Ora il guaio era che non avevo che scarsissima conoscenza degli uomini; e ancor meno delle esperienze umane. (…)

Mi sarebbe pressoché impossibile dire nei particolari come giunsi all’idea dell’indifferenza, chiave del libro.

Grossolanamente posso dir questo: mi ero proposto, come ho spiegato, di scrivere una tragedia in forma di romanzo; ma scrivendo, mi accorsi che i motivi tradizionali della tragedia e insomma di ogni fatto veramente tragico mi sfuggivano proprio in cui cercavo di formularli.

In altre parole dato l’ambiente e i personaggi, la tragedia non era possibile; e se avessi cambiato ambienti e personaggi, avrei voltato le spalle alla realtà e fatto opera di artificio.

Mi si chiariva insomma l’impossibilità della tragedia in un mondo nel quale i valori non materiali parevano non aver diritto di esistenza e la coscienza morale si era incallita fin al punto in cui gli uomini, muovendosi per solo appetito, tendono sempre più ad assomigliare ad automi. (…)

Se poi si volesse andare più nel profondo, posso dire che ciò che presiedette soprattutto alla composizione de Gli Indifferenti fu uno stato d’animo tutto particolare, dovuto alle mie esperienze di quegli anni e degli anni antecedenti.

Senza entrare in merito a quelle esperienze, che tale stato d’animo aveva un forte carattere romantico e pur essendo il risultato di fatti extra artistici era al tempo stesso perfettamente intonato a tutta la letteratura decadente e realistica dell’ultimo quarto di secolo.

Insomma, per un lungo periodo, ogni diaframma critico tra la letteratura e la vita per me non esistette. Può darsi che ancora oggi non esista.”