Lucia Berlin e l’universo femminile di quella donna che scriveva racconti

“Amo le case, le cose che mi raccontano e questo è uno dei motivi per cui non mi dispiace fare la donna delle pulizie.
È proprio come leggere un libro. Perlopiù pulisco case vuote, ma anche le case vuote hanno le loro storie, i loro indizi…
Una lettera d’amore nascosta in fondo a un armadio, bottiglie vuote di whisky dietro l’asciugatrice, liste della spesa.”

Autrice di oltre settanta racconti, pubblicati in Italia da Bollati Boringhieri in due antologie quali “La donna che scriveva racconti” (2016) e “Sera in paradiso” (2018), Lucia Berlin, classe 1936, appartiene a quella categoria di scrittrici il cui notevole talento letterario e il valore dell’opera realizzata sono stati riconosciuti solo dopo la sua scomparsa, nel 2004.

Osservatrice sorniona e attenta, la cui cifra stilistica è un punto di vista narrativo capace di mettere insieme il distacco di chi sembra vivere un metro lontano dalla realtà e l’occhio vigile di chi vi è completamente immerso, Lucia Berlin è una delle voci che ha meglio descritto l’America della seconda metà del Novecento.

Un’America lontana dai grattacieli scintillanti di Manhattan e dalle coste assolate del Pacifico, che la scrittrice ha saputo rendere nei suoi aspetti più intimi.

Una vita, quella di Lucia Berlin, che confluisce in gran parte nella sua opera, dove il confine tra realtà e finzione rimane sovente indistinguibile.

“Il giorno del funerale, mi permisero di uscire da scuola. Avrei potuto non andarci, ma c’era un test di chimica alla seconda ora. Dopo mi tolsi il grembiule e mi diressi al mio armadietto. Ero molto solenne e coraggiosa.
Ci sono cose di cui la gente non parla. Non intendo le cose difficili come l’amore, ma quelle imbarazzanti, come il fatto che i funerali a volte sono divertenti o che è eccitante guardare bruciare gli edifici. Il funerale di Michael fu magnifico.”

Figlia di un ingegnere giramondo, sempre in viaggio tra città minerarie e “villaggi di case fatte di cartapesta”, Lucia Berlin trascorre i primi anni della sua vita, come gran parte dell’esistenza, passando da un posto all’altro.

Da una parte suo padre, con il suo lavoro e i suoi affari.

Dall’altra la famiglia materna, con i suoi eccessi e l’assenza di regole.

Ecco che la ritroviamo a El Paso, a casa dei nonni, durante la seconda guerra mondiale, insieme a nonna Mamie, al nonno e allo zio John, entrambi alcolizzati.

O nella vicina cittadina messicana di Juarez, dove, con il soprannome di Lucha, spariva per un po’ con gli amici di sempre.

Figure queste, come quelle incontrate durante la giovinezza e il resto della sua vita, che Lucia Berlin ruba alla realtà per inserirle nelle pagine dei suoi racconti.

È a questo periodo che appartengono scene come:

“César entrò nel letto, l’abbracciò, l’accarezzò con le mani forti piene di cicatrici. La sua bocca, il suo corpo sapevano di sale. I loro corpi erano pesanti, a terra, caldi, dondolavano. Il ritmo del mare. Sorrisero nella luce pallida e si addormentarono, avvinghiati come le tartarughe.”

Da El Paso al Cile il passo non è affatto semplice.

Non per lei, che ha maturato uno spirito di adattamento e una capacità di apprendere lingua, usi e costumi locali degni di un marine in missione.

Appena il tempo della fine della guerra ed eccola di nuovo sulle orme del padre, alle prese con la realtà cilena.

Giusto qualche anno, per poi volare al college in New Mexico:

“Era la prima volta in vita mia che prendevo l’aereo. Lasciavo il Cile per il New Mexico. La cosa davvero grande era il fatto di farlo da sola”.

Con lei la compagna di una vita, fedele in ogni momento: la solitudine.

Poco più che trentenne, madre di quattro figli e con alle spalle tre divorzi, Lucia Berlin, dopo anni trascorsi tra una città e l’altra nel tentativo di rifarsi una vita, fa ritorno in New Mexico.

Completati gli studi lavora prima come donna delle pulizie, poi come centralinista e infermiera, mentre, nei ritagli di tempo, dà lezioni private e scrive racconti.

Agli inizi degli anni settanta, sempre con prole al seguito, parte alla volta della California, dove al lavoro di infermiera segue quello di insegnante.

Esperienze, queste, confluite nei racconti di entrambe le raccolte.

È in questo periodo di febbrile attività lavorativa che la scrittrice matura la dipendenza dall’alcool, una condizione che descrive spesso nelle sue storie, alternando talvolta il punto di vista di madre o insegnante attaccata alla bottiglia, talvolta quello di bambina o adolescente ai tempi di El Paso.

“Non ce la faccio. Ce la posso fare, devo smetterla di bere. Un attimo solo e ho incasinato tutti di nuovo. Da domani ridurrò piano piano le dosi.”

Queste le parole che Lucia Berlin mette in bocca a Maggie, la protagonista di uno dei racconti più belli di “Sera in paradiso”.

E infatti l’autrice esce definitivamente dal tunnel dell’alcool nel 1994, quando ottiene un contratto come insegnante di scrittura creativa presso la University of Colorado, dove vi rimarrà fino al 2000, anno della pensione.

Ma perché sottolineare i punti di congiunzione tra biografia e produzione di un autore se, come Italo Calvino ci insegnava, ciò che conta realmente di uno scrittore è sempre e soltanto la sua opera?

Le informazioni sulla vita di Lucia Berlin sono quanto mai importanti per comprendere la sua produzione.

Le situazioni, le scene, gli episodi, gli aneddoti presenti nei racconti, sono quelli che hanno costellato la sua stessa esistenza.

Passaggi spesso obbligati, in apparenza insignificanti, ma che invece scavano dentro l’anima e segnano un solco profondo.

Per cui non resta altro da fare che racchiuderli in un racconto.

Quelle di Lucia Berlin sono storie che provengono dall’infanzia trascorsa nelle città minerarie dell’Ovest, dall’adolescenza in Cile, dai matrimoni falliti, dal dramma dell’alcolismo e dai tanti lavori svolti per mantenere i figli e poter continuare a scrivere.

«Non c’è mai stato un uomo come lui. Mai una volta che scorreggiasse o ruttasse».
«Ma sì, Decca. Lo faceva spesso».
«Be’, non mi hai mai dato sui nervi. Sei venuta qui solo per farmi arrabbiare. Tornatene a casa!»
«L’ultima volta che mi hai detto di tornarmene a casa eri a casa mia».
«Davvero? Be’, allora vado a casa io».
Laura si alza per andarsene. […] Decca si sporge e le bacia l’orecchio.
«Poi ti accarezza il capezzolo con il palmo della mano».
Lo fa a Laura. «Poi ti volti verso di lui, ti afferra la testa e ti bacia sulla bocca». Ma Laura non si muove.
«Sdraiati, Laura».
Laura incespica e si lascia cadere sul letto coperto di visone. Decca spegne la lanterna e si stende anche lei. Ma si danno le spalle. Ognuna aspetta che l’altra la tocchi come faceva Max. C’è un lungo silenzio. Laura piange, piano, ma Decca scoppia a ridere e le dà una pacca sul sedere.
«Buonanotte, stupida culona»

Un universo letterario, quello di Lucia Berlin, animato prevalentemente da donne.

Lontano dall’essere una scrittrice sentimentale, tantomeno femminista, i suoi racconti rivelano, più di ogni altra cosa, un’umanità declinata in molteplici sfumature e gradazioni.

Madri, compagne di scuola, nonne, colleghe, amiche che si annusano a vicenda e si dividono tra la ricerca di donne a cui somigliare, complici su cui poter contare e uomini da rimorchiare, passando dall’amicizia più vera alla competizione più sfrenata.

Storie di donne che tolgono il trucco col pianto e che bagnano i pensieri nell’alcool.

E poi ci sono loro, gli uomini: avventori, baristi, gigolò, camerieri, operai, uomini d’affari, mariti in libertà e personaggi incontrati per puro caso.

Racconti in cui la vita irrompe nel grigiore di un “reparto di un supermercato” o di una “lavanderia a gettoni”, in una “giornata piovosa” e nel “tempo della fioritura dei ciliegi”.

Testi che sono stralci di vita vissuta di una donna a cui l’esistenza non ha mai regalato nulla, tantomeno risparmiato qualcosa.

Fosse anche solo la dritta giusta per vivere in maniera più serena e tranquilla.

E, all’osservatrice sorniona e attenta, quindi, non resta che descrivere, proprio come se quelle cose non fossero accadute a lei, tra dolore e ironia, solitudine e imprevisto.

Uno stile in grado di tramutare situazioni e vicende ordinarie in racconti sorprendenti, attraverso una scrittura che fa propri gli escamotage narrativi e le soluzioni tecniche tipiche delle short-stories americane e che ritroviamo tanto in Ernest Hemingway quanto in Raymond Carver.

Racconti, quelli di Lucia Berlin, che non consegnano al lettore personaggi o imprese indimenticabili, quanto piuttosto un’umanità in preda ad un moto caotico, dove pur nella diversità di circostanze ed espisodi, il tono della narrazione è sempre elegante, preciso, soffuso, privo di eccessi e, soprattutto, implacabile.

“Cosa mi ha spinto ad iniziare a scrivere? La gioia di farlo. È un posto dove andare. Senza dubbio è un posto in cui mi trovo… in cui sento di trovare la parte onesta di me. Quando ho cominciato a scrivere ero sola. Il mio primo marito mi aveva lasciata, avevo nostalgia di casa, i miei genitori mi avevano ripudiata perché mi ero sposata giovanissima e avevo divorziato. Scrivevo solo per… per tornare a casa. Era come andare in un posto in cui mi sentivo al sicuro. Perciò scrivo, per fissare una realtà.”

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