L’eredità letteraria di Breece D’J Pancake nelle dodici perle di Trilobiti

Se i dodici racconti della raccolta Trilobiti di Breece D’J Pancake avessero una colonna sonora, risuonerebbe il country-blues di Phil Ochs e il sax di Chu Berry, con le sue profonde incursioni jazz.

La polvere che avvolge i racconti di Breece D’J Pancake è quella di strade e contee, pianure e colline del West Virginia.

Virginia occidentale che è la vera protagonista delle storie scritte da uno dei più grandi “rimpianti” della letteratura americana degli ultimi decenni.

Terra che l’autore, nato nel 1952 a South Charleston e vissuto a Milton, conosceva nella sua natura più profonda, come lo spirito della gente che vi abitava.

Trilobiti è proprio questo.

Un atto d’amore per la propria terra da parte di uno scrittore morto suicida a soli ventisei anni, nel 1979.

Grande esperto della flora e della fauna di quei luoghi e instancabile cacciatore, Breece D’J Pancake era egli stesso parte del mondo da lui descritto.

Rammentava John Casey, suo mentore:

“Breece conosceva tutto della sua terra, perfino i lavori delle persone e i rapporti che esse avevano con i ferri del mestiere. Inoltre era un profondo conoscitore della geologia; non per mera curiosità, ma perché considerava tutto come una parte profonda del proprio essere. A tal punto da non riuscire più a smettere di fantasticarci sopra.”

Breece D’J Pancake, errore di abbreviazione del nome Breece Dexter John Pancake commesso dal redattore di un giornale locale di Charlottesville e mai corretto, dopo la laurea all’Università della Virginia, dove conobbe il premio Pulitzer Alan McPherson e lo stesso John Casey, si fece notare ben presto per il suo talento letterario.

Il risultato di quel rigoroso lavoro di ricerca formale, di cura dello stile e autodisciplina è proprio Trilobiti, unica opera pubblicata dall’autore.

Dodici racconti che sono dodici perle di scrittura.

Breece D’J Pancake: un talento incredibile per la narrativa e un’anima stropicciata prima dalla morte del padre e poi da quella di uno dei suoi migliori amici.

Tutto in quell’annus horribilis che fu per lo scrittore il 1976, dove i successi dei primi racconti pubblicati sulla rivista letteraria The Atlantic Monthly e la buona accoglienza di critica e pubblico della raccolta Trilobiti, non bastarono a toglierlo dalla traiettoria di quel colpo che l’autore si sparò l’8 aprile del 1979.

Vita e opera che, in un scrittore come Pancake, sono più che mai intrise l’una dell’altra.

Scriveva John Casey:

“Breece pativa quello che i sociologi chiamano «stato di degradazione». Breece non sapeva quanto fosse bravo; non sapeva quanto fosse colto; non sapeva di essere un cigno e non un brutto anatroccolo. A poco a poco stava superando questo ostacolo, ma nella sua quotidianità c’era sempre un certo scoramento da outsider, la sensazione che all’università non fosse il benvenuto.”

Allo stesso modo di suo padre, Breece affogava la depressione nell’alcool.

Depressione acuita dalla difficoltà di trovare un’occupazione stabile e dal rifiuto da parte della sua fidanzata, complice la famiglia di lei, di sposarlo.

Quella depressione più veloce di tutto e tutti nell’arrivare e strapparlo per sempre alla vita.

Più veloce anche di quella lettera giunta appena qualche giorno dopo la morte di Breece a casa Pancake.

All’interno un’offerta per un posto da insegnante al Fine Arts Work Center di Provincetown.

Troppo tardi.

Non sapremo mai se quella cattedra lo avrebbe potuto allontanare da quel male di vivere e da quella misera stanza alle porte di Charlottesville, rifugio di scrittura e solitudine.

Di certo un’occasione importante per provare a lasciarsi alle spalle quella condizione di studente emarginato, il cui pensiero scavalcava il muro di cinta del campus universitario per smarrirsi in quell’altrove che era il paesaggio del West Virginia.

“Apro la porta del camioncino, scendo sulla stradina di mattoni. Guardo ancora una volta Company Hill, tutta consumata e logora. Tanto tempo fa era davvero scoscesa e stava come un’isola sul fiume Teays. C’è voluto più di un milione di anni per fare questa piccola collina liscia e io ho cercato dappertutto trilobiti.
Penso a com’è sempre stata lì e a come ci starà sempre, almeno per tutto il tempo che importerà qualcosa. Quando arriva l’estate, l’aria si fa afosa. Un branco di storni fluttua sopra di me. Sono nato qui e non ho mai voluto andarmene davvero. Ricordo gli occhi di papà morto che mi guardavano.”

È nella bellezza ruvida di una natura quasi incontaminata, dove il progresso sembra bussare alle porte ma non entrare mai, che si muovono i personaggi delle storie di Trilobiti.

Uomini e donne che si dividono tra un passato che ha sempre e comunque una mano sul tavolo del presente e un futuro troppo lontano da intravedere, se non nei pezzi scomposti di uno specchio rotto o nel bagliore di un televisore acceso nell’altra stanza.

È da qui che provengono i personaggi di Breece D’J Pancake, dal contrasto tra i colori accesi dei paesaggi e i tumulti interni dell’animo.

Figure che sembrano essere fatte della stessa materia di cui è composta quella terra, inchiodate a un eterno presente che ne ammanta l’esistenza.

Anime disseminate come chicchi di grano lungo cittadine e paesini semivuoti.

Aree dove si è abbattuta la scure della crisi del settore minerario prima e quella del settore metalmeccanico poi, con il risultato di una grande perdita di posti di lavoro e, con essa, la speranza di una vita migliore.

Una realtà, quella degli Appalachi, dove anche strappare i frutti alla terra, in un territorio per natura ostile all’agricoltura, può diventare occasione di scommessa.

Terra da cui o si scappa o si rischia di rimanere inchiodati per sempre.

Come nel racconto La mia salvezza dove Breece D’J Pancake descrive l’amicizia tra due ragazzi, uno che sogna di andare via e l’altro che parte per davvero:

“Ho sentito dire che in Georgia non sanno guidare con la neve e che in Arizona sbroccano al volante con la pioggia, ma nessun ragazzo purosangue del West Virginia andrebbe a meno di centoventi all’ora su un rettilineo […]. A quei tempi Chester scoprì che la gente filava via dal West Virginia sulla Interstate 64 in rotta verso posti più interessanti come l’Ohio o l’Iowa, e per la prima volta in vita sua Chester mise la quarta sulla sua Chevy.”

Contadini, negozianti, benzinai, allevatori, muratori, tutti prigionieri di quel presente, un mulinello silenzioso che ingoia una dopo l’altra le generazioni che abitano quelle colline e quelle pianure.

Un orizzonte entro il quale si tramanda per eredità quell’avvilente sensazione di non poter fare nulla più di ciò che si è sempre fatto.

Inutile partire per andare altrove, se non hai niente su cui puntare.

Inutile perdere tempo con i libri, non sono certo quelli che tolgono la fame in un posto dove c’è solo da sudare e sperare.

Il tutto reso attraverso una scrittura sopraffina, scarna da rilasciare ed esplodere, per effetto, una potente ricchezza espressiva.

Una prosa capace di bucare il velo delle apparenze di personaggi e ambientazioni e tirare fuori la parte più intima della realtà.

Scriveva John Casey:

“Non ho mai conosciuto nessuno che lavorasse tanto sullo stile. Ho visto pagine zeppe di note e appunti, decine di bozze, le feroci note rivolte a se stesso per accorciare un passaggio e ampliarne un altro. E ovviamente le versioni finali, sapientemente levigate, piallate quanto i binari di una ferrovia.”

Un lavoro sui testi, quello di Pancake, che sfiorava la paranoia, dove alle almeno quattro versioni scritte a mano di un racconto ne corrispondevano almeno un’altra decina battute a macchina, in un crescendo di correzioni, aggiunte, sottrazioni.

Tutto orientato alla ricerca della forma perfetta, inseguita quasi fosse un fantasma.

La sola traccia strisciante che rimane per provare a ricostruire i motivi del suo suicidio, evidenziava sempre John Casey, è un’immagine o forse un sogno trascritto da Breece nel suo quaderno poco tempo prima di morire.

Pagine dove, in primo piano, vi sono sempre e comunque gli elementi della natura e le sue forze: fiumi, alberi, praterie, uccelli, laghi, animali selvatici.

Una sorta di Eden dove gli esseri viventi, animali e non, dopo aver trovato la morte, rinascono a vita nuova.

“Mi rilasso sul sedile, provo a scordarmi questi campi, le colline intorno. Molto prima di me o di questi attrezzi, qui c’era il Teays. Riesco quasi a sentire le acque gelide e il solletico dei trilobiti che strisciano. L’acqua delle vecchie montagne scorreva tutta a ovest. Ma la terra si è sollevata. E a me restano solo il letto di un fiume e gli animali di pietra che colleziono. Batto le ciglia e respiro. Mio padre è una nuvola cachi nel canneto e Ginny per me non è altro che l’odore amaro delle more in cima alla collina.”

Una sensazione, più di ogni altra, resta dopo la lettura di Trilobiti.

Sensazione che è legata all’atmosfera.

Un’atmosfera, quella emanata dalle dodici perle di Pancake, che rimane nell’aria anche dopo che si è chiusa l’ultima pagina.

Atmosfera che scatena l’irrefrenabile desiderio di perdersi in quella natura.

Il ritmo dei racconti sembra sospendersi, come se Breece D’J Pancake volesse far alzare lo sguardo al lettore per mostrargli cosa gli si presenta davanti agli occhi.

Non tanto una questione di sequenze descrittive, piuttosto l’abilità nel riuscire a trovare l’equilibrio perfetto tra ciò che gli occhi guardano e il modo in cui lo guardano.

Ed è questa la principale dote di uno dei più grandi scrittori che la letteratura americana, probabilmente, non ha mai saputo di avere.

Un narratore capace di descrivere gli stati d’animo e le emozioni più profonde senza mai chiamare per nome i sentimenti.

Un genio inespresso, di cui Kurt Vonnegut, suo grande ammiratore, scrisse:

“Si tratta semplicemente del più grande scrittore, dello scrittore più sincero che io abbia mai letto. Quello che temo è che questo gli abbia dato troppo dolore, non c’è nessun divertimento a essere così bravi. Ma né tu né io lo sapremo mai.”

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