L’analisi razionale e la limpidezza del testo narrativo

Ci sono scrittori che non possono evitare di essere chiari.

Autori il cui dono innato è, sopra ogni altra cosa, la chiarezza espositiva.

Scrittori che si contrappongono a tanti altri che neppure si sforzano di risultare “limpidi” agli occhi di coloro che leggono.

La limpidezza è, per i primi, una musa, non solo per quanto concerne lo stile (il lettore generalmente non ha bisogno di tornare indietro a rileggere un passaggio perché ha perso il filo) ma anche per quanto riguarda la percezione e il pensiero.

Si tratta di scrittori dotati di uno sguardo limpido sulla realtà e sulle cose e di una forma mentis governata da quello che i francesi chiamano esprit de clarté, ovvero: lo spirito di chiarezza.

Il mondo presenta loro un volto leggibile e codificabile; chiaro al punto tale da essere capaci di fornire al lettore, mediante l’analisi razionale, una chiave per sondare gli anfratti più reconditi della vita e dell’animo umano.

Italo Calvino è stato forse l’esponente di punta di questa scuola (o, se si preferisce, di questa “tipologia” di scrittore).

La limpidezza traspare per intero da tutta la sua prosa e, in modo particolare, permea una delle sue ultime opere, Palomar (1983).

Questo breve testo raccoglie le riflessioni di un uomo (che non a caso ha il nome di un potente telescopio) al cospetto degli eventi quotidiani che la vita gli presenta (la sosta in una macelleria o la visita allo zoo, tra gli altri), eventi sui quali di volta in volta il protagonista (alter ego dell’autore) concentra l’attenzione, nel tentativo di attribuire un valore ai “segni” che “significano” il mondo.

Di seguito un breve estratto dal titolo Il marmo e il sangue.

In una macelleria lo sguardo del signor Palomar (“che si accinge a comprare tre bistecche”) vaga sui tagli di carne esposti sul bancone, mentre la sua mente riflette sulla simbiosi uomo-bue che nel corso dei secoli ha garantito il fiorire della civiltà detta umana, che almeno per una sua porzione dovrebbe essere detta umano-bovina.

Il signor Palomar partecipa a questa simbiosi con lucida coscienza e pieno consenso: pur riconoscendo nella carcassa di bue penzolante la persona del proprio fratello squartato, nel taglio della lombata la ferita che mutila la propria carne, egli sa di essere carnivoro, condizionato dalla sua tradizione alimentare a cogliere da un negozio di macellaio la promessa della felicità gustativa, a immaginare osservando queste trance rosseggianti le zebrature che la fiamma lascerà sulle bistecche alla griglia e il piacere del dente nel recidere la fibra brunita.

Un sentimento non esclude l’altro: lo stato d’animo del signor Palomar che fa la fila nella macelleria è insieme di gioia trattenuta e di timore, di desiderio e di rispetto, di preoccupazione egoistica e di compassione universale, lo stato d’animo che forse altri esprimono nella preghiera.

La prosa di Calvino è precisa, inequivocabile, incredibilmente nitida e nessuno potrebbe mai definirla monotona o banale.

La limpidezza emerge ancora più chiaramente nella riflessione che esprime.

Calvino (cioè il signor Palomar) è ben consapevole di quanto sia articolato e complesso il rapporto relativo al consumo di carne animale da parte dell’uomo.

Non si tratta di una mera preferenza gastronomica, quanto di una scelta orientata da fattori di carattere religioso, che riguardano (come scrive più sopra) i riti che permettono di placare il rimorso per l’uccisione d’altre vite al fine di nutrire la propria.

Altri autori avrebbero probabilmente messo l’accento sull’impurità del “sangue”, sull’antropofagia dell’uomo carnivoro, sull’ambiguità del rapporto tra l’uomo e la carne.

Il pensiero analitico e limpido di Calvino (freddo come il “marmo” che nel titolo del brano si contrappone al “sangue”) intende invece fare luce, ovvero chiarificare.

Calvino non nega la contraddizione: Palomar da un lato si rende conto che nella carcassa di bue penzolante si nasconde il proprio fratello squartato, e dall’altro assapora la felicità gustativa, la goduria che la carne darà al palato.

Questa antinomia ritorna nelle coppie di termini contrapposti presenti nell’ultima frase: da un lato la gioia trattenuta, il desiderio, la preoccupazione egoistica; dall’altro il timore, il rispetto e la compassione universale.

E qui, con una sortita geniale, Calvino “risolve” la contrapposizione con l’immagine della preghiera, che raccoglie in sé i medesimi elementi contraddittori.

Così, in modo del tutto naturale, l’analisi razionale di Calvino riesce a estrapolare da una situazione quotidiana (essere in fila in una macelleria) un elemento “religioso” che richiama la natura stessa dell’uomo.

Una piccola lezione, da parte di Calvino, che dimostra come soltanto la limpidezza è capace di dar conto anche di ciò che limpido non è.

Scrivimi