John Steinbeck e quella perla scagliata in fondo al mare

Ah, i bei tempi di una volta! … quando con poco o nulla, si era di certo più felici.

Pensiero, questo, che attraversa la mente di chiunque.

In modo particolare nei momenti della vita in cui il confine tra buona sorte e fato avverso sembra divenire sempre più labile ed evanescente.

Considerazione che si fa amara consapevolezza, impressa come un marchio d’infamia, nell’anima di personaggi creati da uno scrittore forgiato dal fuoco antico dei grandi narratori del passato.

Tutti sanno bene che non è mai esistita un’età dell’oro.

Eppure, la nostalgia per essa, è un sentimento vivo.

Un’epoca, quella dell’età dell’oro, collocabile in un tempo che è antecedente alla storia stessa, quando non è addirittura ascrivibile ad una dimensione atemporale.

Un tempo in cui gli esseri umani vivevano in pace e serenità con se stessi e con gli altri, con la natura e il creato intero, avvolti da un’aura idilliaca e pastorale che è quella dove trovano ambientazione le favole, che racchiudono parabole, che secernono una morale.

Morale come indizio che, alla stregua delle molliche di pane lasciate da Pollicino, indicano la strada per fare ritorno all’incanto edenico.

“Eden” di cui John Steinbeck scriverà nel 1952, ma che ha tutt’altro che i caratteri del paradiso terrestre.

Un luogo, quello che fa da sfondo a La Perla, che è come incastrato in una sorta di palla di vetro, dove l’unico dolore proviene dagli acciacchi della vecchiaia, vera grande beffa del destino.

Un orizzonte esistenziale dove ogni sofferenza ha un suo rimedio, spesso portato in dono dalla natura.

Come, ad esempio, l’intruglio di alghe che guarisce il piccolo Coyotito dal morso di uno scorpione.

Un tempo, quello che scandisce la vita del villaggio abitato da Kino, Juana e Coyotito – che sgambetta da una cesta appesa al soffitto della capanna – declinato non nella sua dimensione cronologica, bensì qualitativa.

Un tempo che non è Kronos ma Kairos, necessario e sufficiente affinché tutte le cose possano giungere a compimento.

Ne La Perla, in linea con la migliore tradizione favolistica, si assiste alla cosiddetta “sospensione dell’istante”, che permane per l’intera durata della narrazione.

Dapprima come mero prodigio e successivamente come ombra in dissolvenza.

Fino a quando, dinanzi ai due protagonisti, si palesa l’esistenza in tutta la sua tragicità.

Equilibrio e serenità, quella di Juana e Kino, che viene resa mediante la complicità silenziosa nell’ora del risveglio:

 “Kino si svegliò nel buio. Le stelle brillavano ancora e il giorno aveva gettato una lieve spennellatura di luce sull’orlo inferiore del cielo, a oriente.

 I galli cantavano da un bel po’ e i primi maiali avevano cominciato a grufolare tra frasche e pezzi di legno se mai fosse rimasto qualcosa da mangiare.

 Fuori della capanna di stoppie, tra i fichi d’India, nidiate di uccellini tremavano e battevano le ali.

 Gli occhi di Kino si aprirono, e per prima cosa guardò il quadrato di luce ch’era la porta, poi la cesta pensile in cui dormiva Coyotito.

 Infine volse lo sguardo verso Juana, sua moglie, che giaceva accanto a lui sulla stuoia con lo scialle azzurro sul naso e sui seni, attorno alla vita.

 Anche gli occhi di Juana erano aperti. Kino non ricordava di averli mai visti quando si destava; quegli occhi scuri che facevano come due piccole stelle riflesse, lo guardavano, ora, come sempre lo guardavano al risveglio.”

Il silenzio come espressione dell’Assoluto, come soffio del creatore che tutto ammanta in un’aura di meraviglia e grandiosità dinanzi all’unicità dell’esistenza:

“Di là dalla siepe di sterpi c’erano altre capanne di stoppie, e anche da loro usciva fumo, anche da loro usciva il suono della colazione del mattino.

Ma erano altri canti, i maiali erano maiali, le donne non erano Juana.

Lui era giovane e forte e i suoi capelli scendevano neri sulla sua fronte bruna”.

L’incantesimo che permea la storia è il risultato di un lavoro di scrittura in cui John Steinbeck dà vita ad una vicenda imperniata sulla dicotomia tra l’idillio del mondo pastorale e i dolori del mondo reale.

E La perla è, in questo senso, la narrazione di un rito di passaggio.

Quanto di più lontano dal registro narrativo realistico di Pian della Tortilla, La valle dell’Eden, Uomini e topi e Furore, in La perla Steinbeck non fa mai ricorso, neppure nei dialoghi, all’eloquio ordinario dei vari personaggi, che sono invece uniformati all’espressività stessa del narratore.

La perla è un libro dove le parole sembrano dare vita ad un componimento musicale.

Musicalità che, più che essere riconducibile a quella della poesia, sembra quasi vestire i panni del coro greco e che, attraverso il narratore, ora dà voce al vento, ora alle piante, ora ai pesci piccoli che, nel profondo del mare, stanno per essere ingoiati da quelli più grandi.

La natura, pertanto, non come mero sfondo, ma come motore che porta avanti la storia.

“Pathetic fallacy!”, avevano sentenziato alcuni critici dinanzi all’antropomorfizzazione della natura operata ne La perla, dove l’autore si rifà agli schemi del genere fantastico, scandendo gli episodi con evidenti sottolineature, alla stregua proprio di una colonna sonora.

Aspetti narratologici a parte, La Perla è la trasfigurazione narrativa di un evento che lo scrittore riporta nelle pagine di The Sea of Cortez: Leisurely Journal of Travel and Research (1941), un testo che è il resoconto di una traversata a bordo di un peschereccio in compagnia di un amico biologo.

L’evento in questione è quello che ha come protagonista un “giovane indio che un giorno trovò una perla di grandi dimensioni”.

Una perla straordinaria che gli avrebbe consentito di non dover più lavorare.

Vendendola, infatti, avrebbe potuto ricevere in cambio tanti di quei soldi da vivere nel lusso più sfrenato sia lui che tutti i suoi discendenti.

Non solo.

Con tutti quei soldi avrebbe potuto comprare tante di quelle messe in suffragio per i suoi defunti, da scaraventarli tutti, in un sol colpo, dal purgatorio al paradiso.

Il giovane indio, quindi, si recò a La Paz da un mercante, ma questi gli propose così poco denaro in cambio della perla da sentirsi preso in giro.

Si rivolse ad altri venditori, ma tutti gli offrirono non più di pochi spiccioli.

Il ragazzo, triste e scoraggiato, capì ben presto che dalla vendita di quella perla non avrebbe ricavato niente di quanto aveva immaginato.

Decise pertanto di nasconderla sotto una roccia in riva al mare, in attesa di un’offerta migliore.

Ma l’imprevisto era in agguato.

Quella stessa notte, infatti, qualcuno lo colpì con un bastone e prese a frugare tra le sue cose, senza però riuscire a trovare la meravigliosa perla.

La sera successiva il giovane indio trovò ospitalità presso un suo amico, nella speranza di essere al sicuro da malintenzionati.

Ma, nel cuore della notte, i due furono legati e malmenati e la casa messa a soqquadro.

Il ragazzo provò a riparare verso l’entroterra, ma ancora una volta fu vittima di un’imboscata tesa da un gruppo di delinquenti che lo percossero e derubarono dei pochi beni in suo possesso.

Furibondo ed esasperato, decise di fare ritorno a La Paz e di strisciare di notte fino alla roccia per riappropriarsi della perla.

Maledì quella che fino ad allora era stata la causa di tutti i suoi mali e la scagliò il più lontano possibile nel mare della baia.

Sbarazzatosi della perla si sentì di nuovo un uomo libero, con lo stomaco mezzo vuoto e l’anima maltrattata di sempre.

La vicenda del giovane indio strappò più di un sorriso a John Steinbeck, che annotò:

“Ha tutta l’aria una storia realmente accaduta, pero è così simile a una parabola che non sembra vera.

 Il ragazzo è un po’ troppo coraggioso e un po’ troppo assennato.

 Ha tutta l’aria di uno che sa il fatto suo e che si comporta di conseguenza.

 A ben vedere, fa il contrario di ciò che farebbe qualunque essere umano.

È una storia probabilmente vera ma facciamo fatica a credervi; è troppo assennata per risultare anche autentica.”

Steinbeck fa sua questa vicenda e la trasfigura in uno di quei racconti che, tolto l’alone di credibilità a cui tendono gli scrittori realisti, trova nella dimensione allegorica una sua oscura plausibilità.

Un racconto che, proprio mediante la propulsione allegorica, è capace di ergere un singolare episodio di cronaca ad emblema della “lotta per la vita” sulla terra.

Ne La perla il posto del giovane indio viene preso da Kino, un premuroso padre di famiglia, e il senso stesso del racconto è completamente trasfigurato rispetto alla vicenda reale.

Se la possibilità di diventare ricco fa sprofondare il giovane in un’euforia incontrollata, nel protagonista-pescatore di John Steinbeck suggerisce il miraggio di un futuro tranquillo e sereno per sé e, soprattutto, per la sua famiglia, allontanando per sempre lo spettro degli stenti e della fame:

“Mio figlio leggerà e aprirà i libri, e mio figlio scriverà e saprà scrivere.

E mio figlio farà di conto, e tutto questo ci renderà liberi perché saprà, e attraverso lui anche noi sapremo.”

È l’obbligo di dover saldare un conto con un medico disonesto che porta Kino a tuffarsi disperatamente in mare per cercare una perla.

Ed è il destino, nei panni della fortuna, a palesargli una prospettiva incredibile di emancipazione.

Kino non si lascia scoraggiare dall’invidia degli dèi, che mal tollerano coloro che ambiscono ad essere artefici del proprio destino, senza il beneplacito delle divinità.

E, a ben vedere, Kino più che contro il destino deve lottare contro la malvagità degli esseri umani, dovendo uccidere, a sua volta, per difendersi.

Un percorso fatto di lacrime e sangue, con quella perla, croce e delizia, che finisce per essere scaraventata in fondo al mare.

E con essa la consapevolezza che non senza dolori si esce dal paradiso terrestre.

Scrivimi