Il piccolo principe: un’opera dal carattere universale

L’intonazione universale di un’opera letteraria emerge quando i suoi significati più profondi trascendono la finitudine di colui che l’ha scritta, del suo tempo, del genere di riferimento, per raccordarsi con i tratti fondamentali dell’esistenza nei quali ogni lettore può ritrovarsi.

Un esempio emblematico è Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupery.

Il piccolo principe è una fiaba rivolta ai più piccoli e“a tutti i grandi che sono stati bambini una volta e non l’hanno scordato”.

Un’opera capace di “parlare” alle generazioni lontane nel tempo, proprio come la Commedia di Dante.

Il lettore dei nostri giorni vive una realtà molto diversa da quella in cui viveva Dante Alighieri.

È distante dalle sue concezioni filosofiche, teologiche, politiche, sociali.

Eppure, anche per il lettore contemporaneo, la Divina Commedia riesce a parlare un linguaggio universale ed è capace di scavare nel profondo del cuore e dell’anima.

Potremmo dire, a tal proposito, che prerogativa della grande arte è proprio la sua capacità di esprimere un carattere universale.

L’universalità come tratto di alcune forme particolari della creatività letteraria.

Da questo punto di vista l’universalità è la caratteristica distintiva del mito, ovvero di quelle narrazioni anonime che risalgono agli albori di ciascuna civiltà e che veicolano la prima espressione dei valori, dei simboli, degli archetipi di una cultura.

Un elemento tutt’altro che trascurabile riguardo l’universalità del mito risiede proprio nel fatto che alcuni miti di fondazione (ad esempio il mito dell’età dell’oro o del Paradiso terrestre prima della caduta, o del Diluvio – universale, appunto) sono presenti in numerose culture differenti, quasi fossero il portato di esperienze o concezioni comuni ascrivibili all’umanità intera.

Ma l’universalità del mito non è riconducibile soltanto alla sua diffusione.

Si rivela, piuttosto, nella capacità di rappresentazione che continua a esercitare anche a millenni di distanza.

Un esempio molto più recente ma ugualmente significativo riguarda Sigmund Freud e la psicoanalisi.

A cavallo tra Ottocento e Novecento, quando Freud “scopre” l’inconscio, ricorre, per spiegare le leggi che lo disciplinano, proprio all’antico mito greco.

Ecco allora che il mito di Edipo che uccide il padre e sposa la madre è funzionale a mostrare lo sviluppo psicologico del bambino.

 

Una forma letteraria che, al pari del mito, nasce anonima ed è intrisa di quelli che potremmo definire “universali esistenziali”, è la fiaba.

I personaggi delle fiabe sono personaggi astratti, figure non individualizzate.

Per questo le fiabe, al pari dei miti, da una parte sono gli archetipi di ogni narrazione e dall’altra parlano un linguaggio e presentano situazioni direttamente decodificabili da parte di destinatari che non dispongono di un grande bagaglio di esperienze e di conoscenze (tantomeno di sovrastrutture): i bambini.

Nessun autore, oggi, potrebbe pensare di dar vita a un mito, visto che i miti non sono creazioni arbitrarie e individuali.

In ogni caso uno scrittore di oggi può decidere consapevolmente di scrivere una fiaba e veicolare quei significati universali che le fiabe, come il mito, hanno saputo tramandare nel corso del tempo.

Proprio come è accaduto per Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupery.

Il piccolo principe è un libro destinato ai bambini ed è un libro su una condizione altrettanto universale quanto quella di essere uomini o donne: essere bambini.

Un libro su sentimenti ancestrali come  l’amore, la solitudine, l’amicizia, la malinconia.

Nel bel mezzo del deserto del Sahara, dove il narratore è precipitato a causa di un’avaria del suo aereo, compare uno strano bambino venuto giù dal suo piccolo asteroide B 612, dove trascorreva il tempo (giornate in cui poteva contare fino a quarantatré tramonti) pulendo il camino dei tre vulcani che gli arrivavano sotto le ginocchia, strappando via pericolose piantine di baobab e prendendosi cura dell’unico fiore cresciuto lassù.

Come nelle fiabe, i personaggi non vengono caratterizzati in dettaglio, bensì connotati con un semplice sostantivo o con l’aggettivo che li qualifica.

Ecco che il protagonista, nel viaggio dallo spazio alla Terra, incontra un re, un vanitoso, un lampionaio, un ubriaco, un geografo, un uomo d’affari.

Ognuno di questi personaggi diviene rappresentazione simbolica di una caratteristica universale di quegli esseri davvero “strani”, “bizzarri”, “straordinari” che sono gli adulti.

Antoine de Saint-Exupery, che nel mondo degli adulti avvertiva un sottile disagio a starci, riesce, mostrando la realtà attraverso gli occhi di un bambino, a creare l’immagine definitiva dell’abisso che separa i piccoli dai “grandi” che “amano le cifre”.

“Quando voi gli parlate di un nuovo amico, (i grandi) non si interessano alle cose essenziali. Non si domandano mai: qual è il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle? Ma vi domandano: che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre? Allora soltanto credono di conoscerlo.”

Perché, come afferma la volpe in un passo memorabile, “L’essenziale è invisibile agli occhi”, dato che “non si vede bene che col cuore”.

Il Piccolo Principe è un libro che non teme di affrontare le cose essenziali e lo fa con il tono leggero e universale della fiaba.

È difficile dimenticare la definizione dell’amicizia racchiusa nelle parole della volpe che vuole essere addomesticata dal proprio principe.

“La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…”

In passi come questo, un libro per bambini come Il piccolo principe raggiunge una tale intensità di sentimenti da trasmettere al lettore il brivido delle cose ultime, definitive, universali, come l’amore e la morte.

Nel finale, a un anno esatto dalla sua caduta sulla Terra, il protagonista vuole fare ritorno sul suo asteroide, dove ha lasciato quel fiore di cui si sente responsabile.

Poiché non può portare con sè il suo corpo “troppo pesante”, chiede al serpente di morderlo.

In questo modo il ritorno, dettato dall’amore, avviene per mezzo della morte.

Anche se l’“ometto” insiste a dire che “Sembrerà che io mi senta male… sembrerà un po’ che io muoia”, “Sembrerò morto e non sarà vero…” tuttavia ha paura:

“Mi guardò gravemente e mi strinse le braccia al collo. Sentivo battere il suo cuore come quello di un uccellino che muore, quando l’hanno colpito col fucile”.

Ma, nonostante la paura, va ugualmente all’appuntamento con il serpente.

“Non ci fu che un guizzo giallo vicino alla sua caviglia. Rimase immobile per un istante. Non gridò. Cadde dolcemente come cade un albero. Non fece neppure rumore sulla sabbia.”

Questo il motivo per cui Il piccolo principe è una storia scritta nel segno dell’universalità: perché tocca alla radice questioni fondamentali (perfino – e, non dimentichiamo, si tratta di una fiaba per bambini – quella dell’amore che spinge ad affrontare la morte) e fa risuonare in ciascun lettore le corde più profonde dell’anima.