Henry Miller: quando la linea della vita e dell’opera coincidono

Tra le Meditazioni sulla scrittura di Henry Miller, quella che segue è particolarmente significativa in quanto espressione, dall’interno, di quel processo che spinge un autore, in bilico tra la dimensione interiore e quella esteriore, a seguire un percorso, sia conoscitivo che narrativo, per poi divenire tutt’uno con esso.

La grande fama di scrittore orgogliosamente ribelle e scandaloso, Henry Miller la deve ad opere come Tropico del Cancro, Tropico del Capricorno, Primavera Nera e alla celebre trilogia Sexus, Plexus e Nexus.

Opere nate sulle ali di un’assoluta libertà espressiva.

Parabola esistenziale e produzione letteraria che nello scrittore americano si incontrano e si fondono in un’unica linea, lungo la quale si dipana “una delle più grandi confessioni liberatrici della nostra epoca”, come scrisse l’amico scrittore Lawrence Durrell:

“i canoni del gusto, le idee convenzionali della bellezza e della decenza devono rinnovarsi alla luce di uno scopo unico: la ricerca della verità”

Questa ricerca è alla base anche delle riflessioni di Henry Miller sulla scrittura, di cui il breve brano che segue ne è una delle testimonianze più intense e appassionate.

Testimonianza in cui l’autore americano interroga la propria esperienza e mette in gioco tutto se stesso.

La scrittura, al pari dell’esistenza, è un percorso esplorativo, da cui è possibile intercettare delle rivelazioni; l’avventura intesa come un modo di avvicinarsi indirettamente alla vita, di acquisire un punto di vista globale sulle cose.

Lo scrittore, essere in sospensione tra il dentro e il fuori, imbocca un sentiero, per poi, alla fine, divenire egli stesso sentiero.

“ (…) Quasi fin dal primo inizio, ero profondamente cosciente che non c’era una meta.

Non spero mai di comprendere il tutto, ma soltanto di dare in ogni frammento separato, ogni opera, la sensazione del tutto, man mano che procedo, perché scavo sempre più a fondo nella vita, scavo sempre più a fondo nel passato e nel futuro.

Frugando così nell’infinito, si sviluppa così una certezza che è più grande della fede e della convinzione. Divento sempre più indifferente al mio fato come scrittore, e sempre più certo del mio destino come uomo.

Incominciai coll’esaminare assiduamente lo stile e la tecnica di coloro che una volta ammiravo e adoravo: Nietzsche, Dostoevskij, Hamsun, anche Thomas Mann che oggi considero un abile artigiano, un manovale, la gazza ispirata o un cavallo da tiro.

Imitai tutti gli stili nella speranza di trovare la chiave del tormentoso segreto del come si scrive.

Finalmente arrivai a un punto morto, a una desolazione e una disperazione che pochi uomini hanno conosciuto, perché non c’era separazione tra me stesso come scrittore e me stesso come uomo.

E fallii.

Mi resi conto di non essere niente, meno di niente, una quantità meno.

Fu a questo punto, nel mezzo del mar dei Sargassi morto, per così dire, che incominciai veramente a scrivere.

Incominciai dal niente, sbattendo via tutto, anche le cose che più amavo.

Immediatamente sentii la mia voce e ne fui incantato: il fatto di essere una voce separata, distinta, unica, mi sosteneva.

Non mi importava se quel che scrivevo veniva considerato brutto, Bene o male, era uscito dal mio vocabolario.

Balzai a piè pari nel campo dell’estetica, del non morale, non etico, non utilitario regno dell’arte.

La mia stessa vita divenne un’opera d’arte. Avevo trovato una voce, ero di nuovo intero.

L’esperienza fu molto simile a quel che si legge sulla vita degli iniziati Zen.

Il mio immenso fallimento fu come la ricapitolazione dell’esperienza della razza: dovevo diventare marcio di conoscenza, capire la futilità di tutto: sfasciare tutto, diventare disperato, poi umile, poi cancellarmi dalla lavagna, allo scopo di recuperare la mia autenticità.

Dovetti arrivare al limite e fare un tuffo nell’oscurità.

Ora parlo della realtà, ma so che non c’è modo di raggiungerla se non altrimenti scrivendo.

Imparo meno e capisco di più: imparo in un modo diverso, più sotterraneo. Acquisto sempre più il dono dell’immediatezza.

Sviluppo la capacità di percepire, cogliere, analizzare, sintetizzare, catalogare, informare, articolare, tutto insieme.

L’elemento strutturale di tutte le cose si rivela più prontamente ai miei occhi.

Fuggo tutte le interpretazioni nette; con l’aumentare della semplificazione, il mistero cresce. Quel che so, tende a divenire sempre più instabile.

Vivo nella certezza, una certezza che non dipende da prove o fede.

Vivo completamente per me stesso, senza il minimo egocentrismo o egoismo.

Vivo la parte che mi spetta della vita e così obbedisco allo schema delle cose.”