Franz Kafka e quella “Lettera al padre”: soltanto una questione privata?

“Caro padre,
recentemente ti è capitato di chiedermi perché affermo che avrei paura di te. Come al solito non ho saputo risponderti, in parte appunto per la paura che mi incuti, in parte perché motivare questa paura richiederebbe troppi particolari, più di quanti riuscirei a riunire in qualche discorso. Se ora tento di risponderti per lettera, anche questa sarà una risposta molto incompleta, perché anche quando scrivo mi bloccano la paura di te e le sue conseguenze, e perché la vastità del tema oltrepassa di gran lunga la mia memoria e la mia intelligenza.”

Questo l’incipit di uno dei testi più famosi dell’intera produzione di Franz Kafka.

Scritta nel 1919 e mai recapitata al destinatario, Lettera al padre non è soltanto uno dei testi più profondi e intensi dell’autore boemo.

Si tratta soprattutto di uno scritto in cui i temi che caratterizzano la poetica di Kafka, quali alienazione, angoscia, solitudine, senso della colpa e dell’ingiusta punizione, paradosso e incomunicabilità, incrociano la traiettoria esistenziale dell’autore.

Pubblicata postuma nel 1952, Lettera al padre è un documento prezioso, capace di offrire al lettore e alla critica una prospettiva ravvicinata da cui scorgere la personalità e l’animo di uno dei più grandi scrittori del ‘900.

“Brief an den Vater”, questo il titolo in lingua tedesca, ha suscitato e continua a suscitare riflessioni e dibattiti, come del resto accade per l’intera produzione di Kafka.

Dibattiti legati soprattutto alla difficoltà di collocare questo scritto nell’economia generale dell’opera dell’autore boemo.

Difficoltà questa dettata non tanto dalla strisciante tensione emotiva che lo permea e che, sotto questo punto di vista, lo pone in sostanziale dissonanza rispetto al carattere generale delle altre sue opere.

Piuttosto, la questione di fondo è un’altra:

la Lettera al padre è uno scritto che nelle intenzioni dell’autore doveva rimanere privato oppure doveva essere destinato alla pubblicazione?

Questo aspetto, aspetto secondario di una questione solo in apparenza marginale, è in realtà assolutamente centrale.

È proprio dalla valenza che si attribuisce alla Brief an den Vater, che ne deriva la possibilità di effettuare anche una rilettura e una rivisitazione generale dell’intera opera di Kafka.

Ma procediamo con ordine.

In Lettera al padre Kafka, ormai ventiseienne, con il tono ossequioso e reverenziale di chi non ha mai osato alzare la voce in vita propria, si rivolge a suo padre, tracciando un bilancio perentorio e inequivocabile relativo al loro rapporto.

Partendo dall’infanzia per giungere fino all’età adulta, l’autore de La Metamorfosi passa in rassegna, una dopo l’altra, tutte le situazioni, private e pubbliche, in cui Hermann, suo padre, non ha perso occasione per umiliarlo e deriderlo, sottolineando i limiti caratteriali e fisici di quel figlio taciturno e fragile, così lontano dalle passioni del genitore e dagli interessi di famiglia.

Hermann Kafka avrebbe voluto un figlio forte e vigoroso nel corpo, spigliato e risoluto nello spirito.

Un uomo tutto d’un pezzo, capace di affiancarlo negli affari di famiglia.

Una spalla forte contro i cosiddetti “nemici retribuiti”, come da buon mercante ebreo, dedito soltanto al profitto, Hermann definiva i propri dipendenti.

Niente di tutto ciò.

Troppo lontano Franz per indole e temperamento.

Troppo diverso da quel pater che non esitava a bocciare ogni iniziativa, ogni tentativo da parte di quel figlio di provare ad entrare nelle grazie del padre.

Ero un bambino pauroso; ma ero anche testardo, come lo sono i bambini; certo, la mamma mi viziava, ma non posso credere di essere stato particolarmente indocile, non posso credere che con una parola gentile, uno sguardo affettuoso, prendendomi per mano in silenzio, non si sarebbe ottenuto da me tutto ciò che si voleva… Tu sai trattare un bambino solo secondo il tuo carattere, con forza appunto, con fracasso e irascibilità, e nel mio caso ciò ti sembrava quanto mai opportuno, volendo fare di me un giovane forte e coraggioso.”

Lontano dall’avere i caratteri della requisitoria e dal parossismo delle rivendicazioni più accese, in Lettera al Padre Kafka non risparmia alcuna delle questioni “in sospeso” con Hermann.

Una su tutte: i metodi educativi da lui utilizzati.

Uno stile, quello adottato da Hermann Kafka, fatto di sguardi in tralice, di risate sarcastiche, di giudizi lapidari e senza appello, di quella terribile leggerezza nei confronti di quelle che erano le preoccupazioni più profonde che agitavano l’animo di quel figlio.

“Non posso affermare – non ricordo – che tu mi abbia mai insultato direttamente e con autentiche ingiurie. Del resto non ce n’era bisogno. Avevi tanti altri mezzi a disposizione, e poi a casa e soprattutto in negozio piovevano attorno così numerose che da ragazzino ne ero a volte quasi assordato e non avevo motivo di non riferirle a me stesso, perché coloro che insultavi non erano certo peggiori di me e tu non eri certo meno scontento di me che di loro. E anche in queste circostanze veniva in luce la tua enigmatica incoscienza e inattaccabilità, tu lanciavi improperi senza scrupolo alcuno, ma condannavi le ingiurie degli altri e le proibivi.”

Franz, ormai cresciuto, attribuisce l’incapacità a gestire le proprie emozioni e a creare relazioni sociali stabili, nonché la mancanza di uno sviluppo armonico della propria personalità e del proprio carattere, al rapporto conflittuale con suo padre.

Figura troppo forte Hermann da affrontare, nel fisico come nello spirito, per l’esile e timoroso Franz.

Anche quando in gioco vi era la passione per i libri e la vocazione per la scrittura.

Come ha sottolineato Georges Bataille, alla colpa di leggere successe, in adolescenza, la colpa di scrivere.

In quel caso l’atteggiamento della famiglia, in particolare quello del padre, fu improntato ad una riprovazione simile a quella che colpiva la lettura.

“Restai seduto e mi chinai come prima su quel foglio che dunque non serviva a nulla, ma in realtà ero stato espulso d’un colpo dalla società.”

E poi la questione del giudaismo di Hermann, nulla più che mero ritualismo, secondo Franz.

E ancora l’incapacità, da parte di quel figlio, di raggiungere una posizione sociale ed economica degna di un Kafka.

Per non parlare della scelta di mettere su famiglia una buona volta.

Tante e complesse le questioni da affrontare.

Troppe.

O forse soltanto poco coraggio, da parte di Franz, per riuscire a farlo di persona.

Molto meglio mettere tutto per iscritto.

È così che nasce questa lettera e la “questione” ad essa legata: testo privato o testo destinato alla pubblicazione?

Per gran parte del ‘900, la Brief an den Vater è stata considerata dalla critica letteraria una sorta di “resa dei conti a mezzo stampa” tra Franz e suo padre.

E, leggendo il testo, per certi versi lo è.

Ma ciò non fuga i dubbi relativi alla finalità ultima di questa lettera.

Se è vero che i panni sporchi si lavano in famiglia, la questione si sarebbe dovuta risolvere da sé, facendo pervenire questa lettera al destinatario.

Ma Franz non lo fece.

Non solo.

A complicare tutto vi è il fatto che la maggior parte delle sue opere sono state pubblicate soltanto dopo la sua morte.

Aspetto, questo, tutt’altro che secondario.

Si perché se Kafka, come la maggior parte degli autori, avesse pubblicato le proprie opere quando era ancora in vita, avremmo desunto dalle scelte editoriali i testi da destinare alla pubblicazione e quelli privati.

Ma così non è stato.

A rendere più complessa “la questione” vi è il fatto che la Lettera al padre faceva parte di quel nutrito corpus di scritti, tra cui vi erano romanzi, lettere, racconti, appunti e testi vari che Franz, nel 1924, ormai prossimo alla morte, aveva consegnato nelle mani dell’amico e mentore Max Brod, con l’ordine perentorio di bruciare tutto.

È solo grazie a Max Brod, alla sua scelta di non assecondare la volontà di Franz e di curare personalmente la pubblicazione degli scritti dell’amico ormai morto, che l’umanità ha potuto conoscere l’opera di uno dei più grandi geni della letteratura mondiale di tutti i tempi.

Ma come risolvere la questione legata alla Lettera al padre?

Lo si può fare, a mio avviso, solo se si decide di riconoscere una duplice possibilità.

La prima: se Lettera al padre era uno scritto privato che, nelle intenzioni dell’autore, doveva rimanere tale, allora siamo dinanzi ad un documento non solo eccezionale ma addirittura esclusivo.

Un testo che ci offre non soltanto una visione ravvicinata e privilegiata della personalità, del carattere e della psicologia dello scrittore boemo, ma che restituisce uno spaccato assolutamente fedele di quello che è stato il contesto familiare in cui è cresciuto l’autore.

Testo reso ancora più prezioso e attendibile perché non viziato dal filtro della pubblicazione.

Un Franz autentico, in tutto e per tutto.

Viceversa: se Brief an den Vater era uno testo concepito per la pubblicazione, a mio avviso il suo significato profondo sarebbe un altro.

L’idea di una sorta di “resa dei conti a mezzo stampa” non reggerebbe.

Un’operazione priva di senso per qualsiasi scrittore.

Figuriamoci per l’autore di un’opera dalla portata culturale e intellettuale enorme, per certi versi insondabile.

Pertanto la chiave di lettura, in questo caso, sarebbe un’altra.

Lettera al padre (e non Lettera a mio padre o Lettera ad un padre) sarebbe da intendersi non solo come la lettera che Franz figlio rivolgerebbe a suo padre, ma come la lettera che tutti i figli rivolgerebbero ai padri, dove è evidente che la figura del pater sarebbe da declinare in chiave totemica.

È in tale accezione che questo testo assumerebbe una connotazione tale da poter essere affiancato ai grandi romanzi e racconti scritti da Kafka.

Interpretazione questa, in perfetta consonanza con il cosiddetto “allegorismo vuoto” che la critica ha da sempre riconosciuto all’autore.

Allegorismo vuoto in virtù del quale Kafka mette in scena una vicenda per “esprimere altro”, dove questo “altro” rimane sovente indecifrabile e insondabile.

E, proprio per questo, inesprimibile.

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