E se il protagonista della storia raccontata perdesse?

La sconfitta del protagonista della storia

Chi ha detto che il protagonista della storia deve risultare necessariamente vincitore?

E se invece il protagonista della storia, della storia che stai scrivendo, alla fine, perdesse?

Questo è un aspetto tutt’altro che trascurabile quando si decide di raccontare una storia.

Pertanto, è bene riflettere e valutare con attenzione le diverse possibilità a riguardo.

A tal proposito, per approfondire il discorso, possiamo prendere come riferimento un breve ma utilissimo brano di Giuseppe Pontiggia, Goloso, presente in La morte in banca:

“Era a dieta dimagrante da molti anni o almeno da molti anni lo andava dicendo, anche se mai nessuno ne aveva constatato gli effetti: di profilo faceva pensare a un emisfero, e di fronte l’adipe aveva finito per dilatargli e uniformargli il viso.
Esile e gracile nell’adolescenza, teneva nel portafoglio una fotografia di quel periodo: un ragazzo scarno, in costume da bagno, scendeva cauto da uno scoglio appuntito per calarsi il mare.
«Lo riconosci?» chiedeva, mostrando la fotografia al suo interlocutore.
E quando l’altro, dopo una occhiata di sfuggita, lo guardava incredulo, aggiungeva con un sorriso, tra l’orgoglio e la malinconia:
«Si, sono io».
Poi, riponendo la fotografia nel portafoglio, diceva:
«Ora sono a dieta».
«Da quando?»
«Da lunedì», rispondeva.
Oppure:
«Da giovedì».
Non si andava mai oltre la settimana, ma l’interlocutore, ignaro, commentava:
«Mi sembra un’ottima idea».”

Quello appena letto è l’incipit di Goloso, un racconto imperniato su un conflitto che ossessiona il protagonista della storia.

Conflitto che, con molta probabilità, affligge anche il suo autore.

Giuseppe Pontiggia, il primo maestro di scrittura creativa in Italia, era uno scrittore famoso non soltanto per l’altissimo livello della sua produzione letteraria, ma anche per la considerevole mole della sua corporatura.

Il connubio tra le caratteristiche fisiche e le qualità letterarie dell’autore sembrano convergere in questo breve ma interessantissimo raccontino che ha come protagonista un signore in sovrappeso, perennemente combattuto tra i dolori della pancia e i piaceri della gola.

Vediamo come il racconto di Pontiggia riesce a sviluppare con particolare efficacia, mediante una tensione drammatica crescente, fatta di immagini e situazioni paradossali, il profondo conflitto interiore del protagonista della storia.

Focalizzazione del dilemma della storia

Al fine di fugare ogni sorta di equivoco, l’autore prende subito le distanze dal suo protagonista, con un attacco in terza persona singolare che innesca un sano distacco ironico, per poi affondare senza indugi nel conflitto interiore del suo innominato grassone.

Mangiare o non mangiare: questo è il dilemma!

Dilemma che, fin dalla prima riga, è messo bene in evidenza e che costituisce l’asse portante dell’intera vicenda.

Il medico da cui il protagonista della storia si fa visitare lo dichiara “malato” e “obeso” e gli intima di “mangiare un quinto di quello che mangia attualmente”.

La decisione di mettersi a dieta fin da subito è lodevole, ma il conflitto interiore si accende la sera seguente quando, rientrando a casa dal lavoro, si ferma, come rapito, davanti alla vetrina di una pasticceria.

Trascinato così il lettore all’interno dello stato d’animo del personaggio, il passo successivo è quello di fargli avvertire i morsi della fame di cui è vittima il protagonista della storia.

E, al contempo, fargli provare il sapore della tentazione.

“(…) si alzo dal letto e brancolando nel buio spalancò il frigorifero: nel suo cono di luce sedette sul pavimento, le gambe incrociate, il ventre che toccava le piastrelle gelide. Addentò un pezzo di formaggio, poi, con un ansimare che venne divenne quasi un gemito, un’ala di tacchino. Stava distruggendo i benefici della dieta, afferrò un cioccolato nero e ne staccò un morso. Le narici gli si erano dilatate, mai aveva avuto un olfatto così sensibile, era tutto il giorno che sentiva odori. Masticò un’altra striscia della tavoletta e, nel timore di lasciare il resto, lo mangiò. Poi aprì una scatola di ananas e divorò tutti gli anelli. Bevve il liquido zuccherato della latta. Infine, scuotendo la testa, barcollando, tornò a letto e si addormentò di colpo (…)”

Da notare la spiccata voracità con cui il protagonista di questo racconto geniale divora tutti gli “anelli” di ananas, quasi fossero gli anelli di una catena che lo tiene prigioniero.

Il suo intimo “timore di lasciare il resto” risuona come uno strisciante presagio di sconfitta associato alla dieta, in netto contrasto con l’impulso di superare, mangiando, la propria condizione esistenziale di affamato.

Dopo una simile abbuffata, fatta di goduria frammista a sensi di colpa, non c’è da stupirsi che il poveretto si svegli “attanagliato dai crampi e dai rimorsi”.

La parola “crampi”, particolarmente azzeccata per la sua pregnanza di significato, riporta alla mente tanto i crampi allo stomaco quanto quelli della coscienza, a cui c’è da aggiungere la parola “rimorsi”.

Il conflitto interiore del protagonista della storia

I rimorsi e i crampi rappresentano il conflitto fisico ed emotivo che tormenta il protagonista della storia, ormai allo stremo delle sue energie.

Ma con una rinnovata e sorprendente forza di volontà, egli decide di iscriversi a un corso di ginnastica dimagrante.

Attenendosi scrupolosamente agli insegnamenti dell’allenatore, il nostro eroe riesce a perdere ben ventidue chili.

La parola “perdere” non è piazzata lì a caso: “a mano a mano che perdeva il peso, si sentiva come spogliare di un involucro caldo, che lo proteggeva”.

Il personaggio, in definitiva, è riuscito ad avere la meglio su quella parte di sé che sapeva godersi la vita.

Perdendo il suo grasso, si è spogliato della su stessa corazza di carne, del nutrimento fisico di cui aveva personalmente bisogno.

Ma arriva l’inverno e lui avverte più freddo del solito.

A niente vale il parere del medico che gli assicura: “Abbiamo raggiunto la quota di sicurezza”.

Il suo corpo, ora infreddolito, e il suo spirito, ora infiacchito, probabilmente la sapevano più lunga di certi luminari della scienza che avrebbero dovuto salvarlo: lo psicologo, il dottore, l’insegnante di ginnastica.

Nulla possono quando il sipario cala sul protagonista, steso sul letto di un ospedale, ucciso da un attacco di cuore.

Capovolgere le attese

Al di là dell’eventuale morale o insegnamento che è possibile trarre da questa vicenda, particolarmente efficace è il colpo di scena finale.

Quel colpo di coda del destino che imprime un senso del tutto particolare al conflitto interno del protagonista della storia e alla sua soluzione.

A che cosa gli è servito combattere contro se stesso, se poi il fine che si era prefisso gli si è rivoltato contro?

Certo, avrebbe rischiato di morire d’infarto a causa della sua obesità e, invece, è morto d’infarto… ma a pancia vuota.

Questo finale capovolge completamente i ruoli, le aspettative e i valori messi in gioco nel racconto.

Non solo.

Con il retrogusto di perplessità che lascia in bocca, costringe il lettore a riflettere e a guardarsi dentro.

L’arrendevolezza dell’uomo, la conflittualità irrisolta del protagonista della storia al cospetto di un destino incontrollabile e beffardo, il capovolgimento del “bene” e del “male”.

Tutto fa parte di quel flusso incessante che attraversa la vita e la letteratura.

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